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Il 2 giugno, quest'anno

http://blog.itinerairesdumonde.com/wp-content/uploads/2012/08/Carl-Laemmle.jpg

Quest'anno vi avevo già anticipato attraverso il post del 25 aprile e del 1° maggio che non avrei parlato delle feste nazionali, ma che i post avrebbero preso un altro indirizzo.
Non voglio allontanarmi da questa scelta e anche per oggi vi posto ciò che può essere interessante conoscere del 2 giugno, oltre che sapere che ricorre la Festa della Repubblica.

In questo giorno, nel 1912, nascono gli Universal Studios, una delle grandi major del cinema americano, per opera di Carl Laemmle.

Laupheim, 17 gennaio 1867 – Los Angeles, 24 settembre 1939
Carl Laemmle è stato un produttore cinematografico tedesco naturalizzato statunitense.
Fu uno dei pionieri del cinema muto, fondatore dell'Independent Moving Pictures, una compagnia di produzione che in seguito confluirà nell'Universal, una delle più importanti majors hollywoodiane.

Era familiarmente soprannominato Uncle Carl.

Nel 1906, Laemmle decise di tentare la strada del cinema: aperto il suo primo nickelodeon, si trovò ben presto con un circuito di sale di tutto rispetto. Ma per farle funzionare, aveva bisogno sempre di nuovi film. Una soluzione era quella di entrare nel settore distributivo. Qui, però, Laemmle entrò in conflitto con gli interessi della MPPC (Motion Picture Company of America) che, per boicottarlo, gli rifiutò i propri film. Laemmle, allora, fondò nel 1909 l'IMP: con i film prodotti dalla nuova casa di produzione e assieme ad altri imprenditori indipendenti, dimostrò che si poteva aggirare il monopolio della MPPC. Per superare i problemi che comunque si registrarono nella gestione della nuova impresa, si decise di ricorrere alla fusione dell'IMP con altre piccole compagnie.

L'8 giugno 1912, a New York, Carl Laemmle dell'IMP, Pat Powers della Powers Picture Company, Mark Dintenfass della Champion Films e Bill Swanson dell'American Éclair firmarono il contratto che unì le loro compagnie: la fusione porterà nel 1914 alla nascita dell'Universal Motion Picture Manufacturing Company che avrà la sua sede nella San Fernando Valley. La IMP continuò a produrre film fino al 1917[

Per il suo contributo all'industria cinematografica, a Carl Laemmle è stata assegnata una stella sulla Hollywood Walk of Fame al 6301 di Hollywood Blvd.

http://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Laemmle

http://www.filmfestivalreviews.com/wp-content/uploads/2012/04/Universal-StudiosPostcard.jpg

Gli Universal Studios nel 1912

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/2/2c/Universal_Studios_Florida_Gate.JPG

Gli Universal Studios oggi

http://lcweb2.loc.gov/service/pnp/npcc/15900/15960v.jpg

Carl Laemmle insieme a Reginald Denny

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjNUk9DPtNh_mhRz-74PfdAX6V5mFFNdSiRNfl3_iV6d0uucWF2KrosFvoj8i_ucrqPFvqsrbB2plh1X5xmDrLyNm1lbDthQvoc-ZGTER2sA4x4HVgL4Pfa9c48rll9ylMtOqloh6G0_BWA/s1600/Frankenstein's_monster_(Boris_Karloff).jpg

"Frankenstein" del 1931, con Boris Karloff, prodotto da Carl Laemmle

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhFcRxFABHuYNNXjTcjcYQ-eVleyc7TypQgFUxsBPMej2rMQEDm7q8VQZd8PQ_H_za9GhL4sw4wngQVtwPVUQacT7f22DSOhPzA29Do-2FXeMtf-3ETZsEuymsTPgVsTNoLfmipt10sG8Kk/s1600/the-man-who-laughs-movie-poster-1928-1020143238.jpg

La locandina del film "L'uomo che ride" del 1928, tratto dall'omonimo romanzo di Victor Hugo.
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Il 1° maggio, quest'anno

http://severinosaccardi.blogspot.it/2010/05/riflessioni-controccorrentenel-giorno.html

Eccomi, non potevo mancare con questo post. Soprattutto quest'anno, la Festa dei Lavoratori DEVE essere particolarmente sentita.
Mi sento di non dover più spiegare l'importanza di questa giornata che già l'anno scorso avevo ampiamente spiegato qui, ma voglio riportare un articolo del quotidiano L'Unità che riprende il profondo discorso del Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso appena andato in onda su RaiTre.

Il record senza fine della disoccupazione giovanile, il dramma giornaliero delle aziende che chiudono. Ci sarebbe ben poco da festeggiare per questo Primo maggio. Eppure proprio da Cgil, Cisl e Uil ieri è partito un messaggio di unità e speranza con la prima riunione unitaria degli Esecutivi delle tre Confederazioni dal lontano 12 maggio 2008 e il via libera all’accordo sulla rappresentanza. Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti questa mattina si ritroveranno per festeggiare la festa del lavoro a Perugia, città scelta per ricordare Daniela e Margherita, le due impiegate della Regione barbaramente uccise lo scorso 6 marzo nel palazzo del Broletto, per mano di un imprenditore che si tolse la vita subito dopo. «Priorità Lavoro» è lo slogan scelto e a tenere il cartello ci saranno i lavoratori alle prese con le innumerevoli crisi dell’Umbria: dalle acciaierie Ast di Terni alla Nestlè Perugina, dal Polo Chimico ternano alla ex Merloni di Nocera Umbra. Ma ci saranno anche le lavoratrici e i lavoratori del commercio e del terziario (in sciopero contro le aperture dei negozi nel giorno della Festa dei Lavoratori) e quelli del pubblico impiego, così come le pensionate e i pensionati, i giovani precari e gli studenti. L'appuntamento è alle ore 10 in Largo Cacciatori delle Alpi (Piazza Partigiani), da qui il corteo si muoverà verso via Luigi Masi, poi viale Indipendenza, piazza Italia, Corso Vannucci, fino ad arrivare in piazza IV Novembre per il comizio conclusivo dei tre segretari generali. Ieri mattina invece i vertici di Cgil, Cisl e Uil si sono ritrovati all’auditorium dell’Inail per discutere e approvare un documento comune che lancia una piattaforma condivisa e, come anticipato da l’Unità, fissa per sabato 22 giugno «una grande manifestazione nazionale a Roma» a conclusione di una mobilitazione che partirà sui territori dall’11 maggio.

Il valore dell’unità sindacale ritrovata è stato rimarcato da tutti i protagonisti. «Contro avversari e nemici, torniamo uniti confermando che il sindacalismo italiano è grande riferimento e certezza per i lavoratori e l’accordo sulla rappresentanza è l’energia per far funzionare le relazioni sindacali», ha esordito Bonanni. «La crisi ha spinto i sindacati a convergere, ora dobbiamo indicare delle soluzioni ai problemi dell'economia e convenire a cose essenziali da far fare alla politica», ha proseguito Angeletti, «completando l’insieme delle regole che sostiene il sistema delle relazioni sindacali, regole trasparenti, chiare e democratiche». Dal canto suo Susunna Camusso ha specificato che «le divisioni del passato non si possono nascondere, ma quelle ferite si superano solo costruendo un punto più avanzato. Non si risolve tutto con l’accordo sulla rappresentanza e chi lo pensa lavora per il contrario: si tratta semplicemente di un meccanismo che dà cogenza agli impegni che un organizzazione prende». E alludendo alla sfuriata di Giorgio Cremaschi, unico contestatore dell’accordo che non è stato fatto parlare perché il suo intervento non era fra i previsti, ha detto: «Fare regole certe costa fatica: avremmo qualche notorietà in più gridando al tradimento, ma durerebbe poco perché non risolveremo i nostri problemi». E chiudendo ha ribadito: «È finita la stagione delle divisioni, abbiamo seguito il bisogno di unità che c’è tra i lavoratori, dobbiamo ricostruire la coscienza collettiva per dare gambe ai nostri obiettivi ripartendo dalla democrazia e dalle regole».

Nel documento varato Cgil, Cisl e Uil chiedono il «rifinanziamento della Cig in deroga, il completamento dell’effettiva salvaguardia degli esodati», di «ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alle imprese che faranno assunzioni nel prossimo biennio, destinando automaticamente a tale scopo le risorse derivanti da un’efficace lotta all'evasione fiscale, reato di cui va sancita la natura penale». Sulla rappresentanza «Cgil, Cisl e Uil convengono di definire con Confindustria (il 6 maggio è già previsto un incontro) un accordo che regoli la rilevazione e la certificazione della rappresentatività basata sull’incrocio tra iscritti e voto proporzionale delle Rsu». I sindacati convengono di definire un accordo che preveda «la titolarità della contrattazione nazionale per le organizzazioni firmatarie che raggiungano il 5% della rappresentanza per ogni contratto. Gli accordi saranno definiti dalle organizzazioni che rappresentano almeno il 50% più uno della rappresentanza e dalla consultazione certificata dei lavoratori, a maggioranza semplice, le cui modalità attuative saranno stabilite dalle categorie (e qui le interpretazioni già divergono, ndr) per ogni singolo contratto».

http://www.unita.it/italia/1-maggio-festa-lavoro-sindacati-cgil-cisl-uil-bonanni-camusso-angeletti-perugia-concerto-san-giovann-1.497886

Volevo concludere ricordando che la Camusso ha anche citato l'ignoranza di chi ingiuria e discrimina il nostro Ministro per l'Integrazione, Cécile Kyenge, primo e vero simbolo di tolleranza e sensibilità all'integrazione, al passo coi tempi e con la cultura. 
Concetti, questi, evidentemente sconosciuti ai Leghisti.

http://insiemearaimondo.wordpress.com/2011/04/29/1%C2%B0-maggio-il-pd-inaugura-la-nuova-sede-di-verres/

http://www.cobaspisa.it/festa-del-1-maggio-a-lari/
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Il 25 aprile, ma oggi é diverso


Quest'anno é difficile parlare del 25 aprile. Il momento storico che stiamo vivendo è denso di avvenimenti troppo importanti da sottovalutare.
Dunque vorrei solo scrivere un breve post per esortare chiunque lo legga ad esprimere le proprie opinioni, sempre, senza mai farsi intimorire da leader conclamati o comici di strada.
È troppo facile aizzare le grandi masse e poi non assumersi le responsabilità di ciò che si professa di realizzare.
È troppo facile attendere la sconfitta altrui per fare, poi, del populismo e pensare di potercela fare sfruttando la situazione.
È troppo facile imbucare 101 voti per tradire.
Confido che qualcuno possa leggere e riflettere.

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L'eclisse solare del 17 aprile 1912


Nelle mie rare, ma lunghe ricerce nel web, mi sono imbattuta in questa bellissima fotografia del fotografo Eugène Atget ed è cominciata la voglia di capire cosa questo gruppo di persone cosa stesse guardando.

Ovviamente da una prima analisi si nota che molte persone trattengono in mano un vetrino e da qui ho capito che stanno osservando qualcosa in cielo riguardante il sole.
Sono arrivata al dato certo: l'eclisse totale solare del 17 aprile 1912.

Place de la Bastille, luogo riprodotto nella fotografia di Atget, è animata dal gruppo probabilmente nel primo pomeriggio, appena passata la totalità dell'eclisse avvenuta con certezza matematica alle ore 12.10.
Tale dato di cui sono certa l'ha ricavato il mio prezioso papà astronomo con un suo programma che ricostruisce le fasi delle eclissi (e non solo).


Purtroppo è difficile stimare l'ora in cui è stata "scattata" la foto e dunque è difficile dire quale fase stavano osservando tutte queste persone, ma possiamo dedurre che fosse primo pomeriggio e dunque potevano aver visto una scena del genere:

http://www.agi.it/gallerie-fotografiche/australia-eclisse-totale-sole-migliaia-si-godono-spettacolo/australia-eclissi-totale-del-sole

Qualora qualcuno avesse maggiori informazioni o ulteriori fotografie, non esiti a contattarmi.
Grazie
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L'acquedotto di Venezia


Il 23 giugno 1884 una fontana fu costruita in Piazza per festeggiare l'inaugurazione dell'acquedotto che portava dalla terraferma l'acqua potabile nelle case.
La città fino a quel momento era stata approvvigionata dai pozzi.
Per vedere più immagini vi consigli di leggere a questo link tutte le indicazioni per visitare la mostra.



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Il 2 giugno 1946


La Festa della Repubblica Italiana viene celebrata il 2 giugno a ricordo della nascita della Repubblica.

Il 2 e il 3 giugno 1946 si tenne, infatti, il referendum istituzionale indetto a suffragio universale con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta delfascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati.

Il 2 giugno celebra la nascita della nazione, in maniera simile al 14 luglio francese (anniversario della Presa della Bastiglia) e al 4 luglio statunitense (giorno in cui nel 1776 venne firmata la dichiarazione d'indipendenza).

In tutto il mondo le ambasciate italiane tengono un festeggiamento cui sono invitati i Capi di Stato del Paese ospitante. Da tutto il mondo arrivano al Presidente della Repubblica Italiana gli auguri degli altri capi di Stato e speciali cerimonie ufficiali si tengono in Italia.

Prima della fondazione della Repubblica, la festa nazionale italiana era la prima domenica di giugno, festa dello Statuto albertino.

Con la legge 5 marzo 1977, n.54, soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica fu spostata alla prima domenica di giugno. Solamente nel 2001 su impulso dell'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il secondo governo Amato, con la legge n. 336 del 20 novembre 2000, riportò le celebrazioni al 2 giugno, che quindi tornò ad essere un giorno festivo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Festa_della_Repubblica_Italiana




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La ricostruzione del Campanile di San Marco


Quest'anno si è succeduto il 100° anniversario della ricostruzione del Campanile di San Marco che dopo essere crollato nel 1902, nel 1912 fu ricostruito "dov'era com'era".

Posto qui alcune foto che attestano questa ricostruzione.


25 aprile 1903, posa della prima pietra







10 dicembre 1912, cerimonia d'inaugurazione



Ettore Tito - Inaugurazione del nuovo campanile
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Il 1° maggio, la Festa dei Lavoratori


Come spesso capita in questi giorni, si fa festa, si resta a casa da scuola o dal lavoro, ma non si sa perchè.
E soprattutto ci sono correnti di pensiero e sistemi politici che vogliono abolire queste giornate particolari dal calendario (per recuperare un giorno di lavoro, mi chiedo io? E, "ironia della sorte", poi, farne perdere altri 364 licenziando i lavoratori?).
Rifiuto di pensare che festività come il 25 aprile, come il 1 maggio o come il 2 giugno debbano essere abolite. Ci sono troppo poche occasioni per ricordare eventi storici così significativi della nostra formazione morale e culturale e ci sono anche (volontariamente) così pochi mass media, portavoci politici o capi di governo che non sanno apprezzare il valore di queste giornate, che ritengono queste giornate di memoria come strascichi comunisti.
Eliminarle sarebbe sinonimo di schiavitù di pensiero per chi sottostà a questo volere.

Bisogna restare a casa da scuola e dal lavoro il 1 maggio e chiedersi perchè lo si fa; capire l'importanza fondamentale di queste lotte per la libertà è basilare per costruire e coltivare la propria coscienza.
Non è una festa, ma una giornata di lotta.

La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori è una festività mondiale celebrata il 1º maggio di ogni anno che intende ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. La festa del lavoro è riconosciuta in molte nazioni del mondo ma non in tutte.

Più precisamente, con essa si intendono ricordare le battaglie operaie volte alla conquista di un diritto ben preciso: l'orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il r.d.l. n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell'Illinois (USA). La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa.

L'origine della festa risale ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro (Knights of Labor, associazione fondata nel 1869) a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all'Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialisti ed anarchici - suggerirono come data della festività il primo maggio.

Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA) e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all'ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l'assembramento sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell'ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell'Haymarket square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti provocando numerose vittime, anche tra i suoi.

L'11 novembre del 1887 a Chicago (USA), quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il 1º maggio dell'anno precedente lo sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

Il 20 agosto fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte; Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte. Le ultime parole pronunciate furono: Spies: "Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!" Fischer: "Hoc die Anarchie! (Viva l’anarchia!)" Engel: "Urrà per l’anarchia!" Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: "Lasciate che si senta la voce del popolo!"

L'allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un'opportunità per commemorare questi episodi. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo a favore del nascente socialismo, stornò l'oggetto della festività sull'antica organizzazione dei Cavalieri del lavoro. Pochi giorni dopo il sacrificio dei Martiri di Chicago, i lavoratori di Chicago tennero un’imponente manifestazione di lutto, a prova che le idee socialiste non erano affatto morte.
La data del primo maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel1872.

In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. La rivista La Rivendicazione, pubblicata a Forlì, cominciava così l'articolo Pel primo Maggio, uscito il 26 aprile 1890: "Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento".

Appena si diffuse la notizia dell'assassinio degli esponenti anarchici di Chicago, nel 1888, i popolani livornesi si rivolsero prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura, dove si diceva che si fosse rifugiato il console USA.
Tra le prime documentazioni filmate della festa in Italia, il produttore cinematografico Cataldo Balducci presenta il documentario “Grandiosa manifestazione per il primo maggio 1913 ad Andria" (indetta dalle classi operaie) che riprende la festa in 7 quadri, e si può - così - vedere il corteo che percorre le strade affollate della Città: gli uomini, tutti con il cappello, seguono la banda che suona, con alcune bandiere.

In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945.
Nel 1947 la ricorrenza venne funestata a Portella della Ginestra (PA) quando, la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
Dall'anno 1990 i sindacati italiani CGIL, CISL e UIL organizzano annualmente a Roma un concerto per celebrare il primo maggio a cui partecipano ogni anno centinaia di migliaia di persone.

http://it.wikipedia.org/wiki/Festa_del_lavoro


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La Resistenza del 25 aprile


In occasione del 66° Anniversario della Liberazione dalla dittatura fascista dell'anno scorso, avevo pubblicato un breve post che potesse spiegare a chi non conosce, cosa si festeggia in questo giorno.

Quest'anno approfondisco l'argomento, mostrando i protagonisti di questa vicenda, i veri fautori della Liberazione italiana: i partigiani e il loro movimento della Resistenza.

La Resistenza italiana, comunemente chiamata Resistenza (ma detta anche Resistenza partigiana o Secondo Risorgimento fu l'insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l'8 settembre 1943 si opposero alnazifascismo nell'ambito della guerra di liberazione italiana. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all'interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.

Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti,azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra.

La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: l'Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della democrazia e dell'antifascismo.

Il periodo storico in cui il movimento fu attivo, comunemente indicato come "Resistenza", inizia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell'appello diramato dal CLNAI per l'insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell'Alta Italia.
http://it.wikipedia.org/wiki/Resistenza_italiana

Quest'anno, più che in altri momenti, vorrei lanciare un messaggio dal mio blog: lo stato d'animo che da tempo mi "perseguita" mi fa capire che preziosi sono i passaggi di ribellione nella società e che, senza peccare nè di presunzione nè di maleducazione, bisogna far valere i propri diritti e non farsi mettere i piedi in faccia.
E anche se Friedrich Nietzsche è stato, con la sua filosofia, animatore di dottrine sbagliate ma anche frequentemente frainteso, in "Così parlò Zarathustra" dimostra una grande verità:

La ribellione è la nobiltà dello schiavo.



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Non dimentichiamo il 24 aprile 1915...


L'espressione "genocidio armeno", talvolta Olocausto degli Armeni o Massacro degli Armeni (in lingua armena Հայոց Ցեղասպանութիւն Hayoc’ C’eġaspanowt’yown o Մեծ Եղեռն Medz Yeghern "Grande Crimine", inturco Ermeni Soykırımı "Genocidio armeno", a cui talvolta viene anteposta la parola "sözde", "cosiddetto") si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo è relativo alla campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II negli anni 1894-1896; il secondo è collegato alla deportazione ed eliminazione di armeni negli anni 1915-1916. Il termine genocidio è associato soprattutto al secondo episodio, che viene commemorato dagli Armeni il 24 aprile. Il 24 aprile 2010 è stato commemorato il 95º Anniversario del Genocidio Armeno.

Nel 1890 nell'Impero ottomano si contavano circa 2 milioni di armeni, in maggioranza cristiani-ortodossi monofisiti (non avevano partecipato al Concilio di Calcedonia e non avevano aderito alla professione di fede che riconosce anche la piena umanità di Gesù insieme alla sua piena divinità, e dunque considerano Gesù come entità unicamente divina). Gli armeni erano sostenuti dalla Russia nella loro lotta per l'indipendenza, poiché la Russia aspirava ad indebolire l'Impero ottomano per annetterne dei territori ed eventualmente appropriarsi diCostantinopoli. Per reprimere il movimento autonomista armeno, il Governo ottomano incoraggiò fra i curdi, con i quali condivideva il territorio nell'Armenia storica, sentimenti di odio anti-armeno.

L'oppressione che dovettero subire dai curdi e l'aumento delle tasse imposto dal governo turco esasperò gli armeni fino alla rivolta, alla quale l'esercito ottomano, affiancato da milizie irregolari curde, rispose assassinando migliaia di armeni e bruciandone i villaggi (1894).

Due anni dopo, probabilmente per ottenere visibilità internazionale, alcuni rivoluzionari armeni occuparono la banca ottomana a Istanbul. La reazione fu un pogrom anti-armeno da parte di turchi ottomani in cui persero la vita 50.000 armeni.

Nel periodo precedente la prima guerra mondiale all'impero ottomano era succeduto il governo dei «Giovani Turchi». Costoro temevano che gli armeni potessero allearsi coi russi, di cui erano nemici. Il 1909 registrò un eccidio di almeno 30.000 persone nella regione della Cilicia.
Nel 1915 alcuni battaglioni armeni dell'esercito russo cominciarono a reclutare fra le loro fila armeni che in precedenza avevano militato nell'esercito ottomano. Intanto l'esercito francese finanziava e armava a sua volta gli armeni, incitandoli alla rivolta contro il nascente potere repubblicano. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l'élite armena di Costantinopoli. L'operazione proseguì l'indomani e nei giorni seguenti. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al Parlamento furono deportati verso l'interno dell'Anatolia e massacrati lungo la strada.
Arresti e deportazioni furono compiute in massima parte dai «Giovani Turchi». Nelle marce della morte, che coinvolsero 1.200.000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Queste marce della morte furono organizzate con la supervisione di ufficiali dell'esercito tedesco in collegamento con l'esercito turco, secondo le alleanze ancora valide tra Germania e Impero Ottomano (e oggi con la Turchia) e si possono considerare come "prova generale" ante litteram delle piu' note marce ai danni dei deportati ebrei durante la seconda guerra mondiale. Altre centinaia di migliaia furono massacrate dalla milizia curda e dall'esercito turco. Le fotografie di Armin T. Wegner sono la testimonianza di quei fatti.

Malgrado le controversie storico-politiche, che saranno trattate nella sezione che segue, un ampio ventaglio di analisti concorda nel qualificare questo accadimento come il primo genocidio moderno, e soprattutto molte fonti occidentali enfatizzano la "scientifica" programmazione delle esecuzioni.

http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno 




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L'affondamento del Laconia


L'incidente del Laconia fu l'affondamento del mercantile armato RMS Laconia, avvenuto la notte del 12 settembre 1942 al largo delle coste dell'Africa occidentale, nei pressi dell'isola di Ascensione, ad opera del U-Boot tedesco U-156 comandato dal capitano di vascello Werner Hartenstein, durante la seconda guerra mondiale.

Il Laconia era un transatlantico, varato nel 1921, appartenente alla flotta della Cunard Line, di 19.695 tonnellate, convertito dagli inglesi in mercantile armato per il trasporto delle truppe. Nel luglio del 1942 soldati italiani fatti prigionieri dagli inglesi, a seguito della battaglia di El Alamein, vennero inoltrati a Port Tewfik a bordo di zattere ed imbarcati sull'unica nave disponibile in quel momento, il transatlantico Laconia, che fu adibito al trasporto in Inghilterra dei soldati, degli ufficiali e del personale militare, insieme alle loro famiglie. Sulla nave erano imbarcati 463 ufficiali e uomini di equipaggio, 286 militari inglesi in qualità di passeggeri, 1.800 prigionieri di guerra italiani, 103 guardie polacche e 80 tra donne e bambini

Dopo aver letteralmente stipato i circa 1.800 prigionieri nelle stive che potevano contenerne solo la metà, la nave fece tappa in diversi porti quali Aden, Mombasa, Durban e Città del Capo, dove sembra sia stata cambiata la destinazione, ossia dalla Gran Bretagna alle coste degli Stati Uniti, spiegando di conseguenza il motivo dell'azzardato allontanamento dalle coste africane per spingersi in pieno Oceano Atlantico.

La notte del 12 settembre, il transatlantico, navigando a luci spente e zigzagando come di routine per evitare gli attacchi dei sommergibili nemici che pattugliavano tutti i settori dell'Atlantico, si trovava nei pressi dell'isola di Ascensione quando venne silurato dall'U-156, affondando in circa due ore.

Una volta emerso, l'U-Boot tedesco si avvicinò ai naufraghi per fare prigionieri gli ufficiali più alti in grado, ma l'equipaggio si accorse che tra i naufraghi vi erano numerosi soldati italiani; immediatamente la notizia venne trasmessa al Befehlshaber der U-Boote (BdU) e l'ammiraglio Karl Dönitz diede ordine di salvare i naufraghi, allertando contemporaneamente alcune unità che incrociavano nelle medesime acque, tra le quali l'U-506, comandato dal capitano di vascello Erich Würdemann, e l'U-507, comandato dal capitano di corvetta Harro Schacht, affinché facessero rotta verso il luogo dell'affondamento; egli inoltre trasmise la richiesta di aiuto a BETASOM, la base sottomarina della Regia Marina di stanza a Bordeaux, ed il contrammiraglio Romolo Polacchini acconsentì, inviando uno dei sommergibili italiani, il Comandante Cappellini, comandato dal tenente di vascello Marco Revedin, per coadiuvare i tedeschi nelle operazioni di salvataggio.

Dai primi racconti dei naufraghi italiani emerse subito una realtà inquietante: il giornale di bordo del comandante Hartenstein riportava: «00 h 7722 – SO. 3. 4. Visibilità media, mare calmo, cielo molto nuvoloso; secondo le informazioni degli italiani, gli inglesi, dopo esser stati silurati, hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri ed hanno respinto con armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio…», e, con il passare delle ore, la tragicità degli eventi può essere percepita dalle azioni che il comandante Hartenstein intraprese: dapprima egli inviò un messaggio al BdU chiedendo la "neutralizzazione diplomatica" del luogo dell'affondamento; in seguito lanciò un'invocazione d'aiuto in lingua inglese sulle frequenze radio utilizzate dalla Royal Navy; gli inglesi ignorarono però questo messaggio temendo un'imboscata.

Il 15 settembre arrivarono sul luogo nel naufragio i due U-boot precedentemente allertati, seguiti il giorno successivo dal Comandante Cappellini, e le operazioni di raccolta proseguirono: l'U-506 raccolse 132 naufraghi italiani, l'U-507 153 superstiti inglesi, italiani e polacchi, ed il sommergibile italiano raccolse un numero imprecisato di naufraghi italiani ed inglesi. Il giorno 16 comparve sulle unità impegnate nei soccorsi un bombardiereamericano Liberator: una bandiera con la croce rossa fu stesa sul ponte e fu inviato un messaggio in codice Morse all'aereo Alleato, che lo informava della presenza a bordo di naufraghi inglesi ma non vi fu risposta ed un ufficiale della Royal Air Force chiese al tenente Hartenstein di inviare lui un messaggio, a dimostrazone della veridicità dell'informazione, ma anche in questo caso non vi fu risposta ed il bombardiere si allontanò, ma il comandante tedesco ordinò prudentemente ad uno dei marinai di recarsi a poppa, pronto a recidere le funi di rimorchio delle zattere, nel caso in cui il sommergibile avesse dovuto immergersi.

Alle ore 12.32 l'aereo Alleato fu di nuovo sopra all'U-156 e sganciò una prima bomba che cadde a circa 200 metri dal bersaglio ed immediatamente la fune di rimorchio fu tagliata e venne ordinato ai naufraghi in quel momento in coperta di gettarsi in mare, mentre altre quattro bombe vennero lanciate sul sommergibile, di cui una produsse lievi danni prima che l'U-Boot riuscisse ad immergersi; dopo l'accaduto anche all'U-506 ed all'U-507 venne trasmesso l'ordine di tenersi pronti ad abbandonare i naufraghi in caso di attacco aereo, ma le due unità tedesche, il 17 settembre, incrociarono due navi francesi, l'Annamite ed il Gloire, che poterono raccogliere i superstiti, mentre, il 18 settembre, il Comandante Cappellini raggiunse il cargo francese Dumont d'Urville, trasbordando tutti i naufraghi ad eccezione di due ufficiali inglesi tenuti prigionieri; al termine delle operazioni di salvataggio, si contarono tra i 1.600 ed i 1.700 morti.

A seguito di questa vicenda l'ammiraglio Dönitz emanò il Triton null, un ordine che ribadiva ed irrigidiva il precedente ordine permanente n. 154, in base al quale gli U-boot non dovevano prestare soccorso ai naufraghi delle navi affondate, nonostante tale comportamento costituisse una violazione dell'art. 22 sugli Accordi Navali di Londra del 1935 e 1936. Ancor oggi l'episodio rimane oggetto di disputa tra nazioni: gli Alleati lo definirono "incidente del Laconia", mentre le forze dell'Asse la "tragedia del Laconia".

http://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_del_Laconia




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Paris-Madrid, la gara senza arrivo



«Ma il treno… quello era esatto, era tempo divenuto ferro, ferro in corsa su due binari, sequela precisa di prima e di poi, incessante processione di traversine… e soprattutto… velocità… velocità. La velocità non perdonava. Se c’erano sette minuti di differenza tra l’ora di qui e l’ora di là, lei li rendeva visibili… pesanti… Anni di viaggi in carrozza non erano riusciti a scoprirli, un solo treno in corsa poteva smascherarli per sempre. La velocità. Gli dev’essere scoppiata dentro, a quel mondo, come un urlo represso per migliaia di anni. Niente deve essere sembrato uguale a prima quando arrivò la velocità. Tutte le emozioni ridotte a piccole macchine da ritarare. Chissà quanti aggettivi si rivelarono improvvisamente scaduti. Chissà quanti superlativi si sbriciolarono in un attimo, tutto d’un colpo tristemente ridicoli…

Di per sé il treno non sarebbe stata gran cosa, non era poi che una macchina… questo però è geniale: quella macchina non produceva forza, ma qualcosa di concettualmente ancora sfumato, qualcosa che non c’era: velocità. Non una macchina che fa ciò che mille uomini potrebbero fare. Una macchina che fa ciò che prima non era mai esistito. La macchina dell’impossibile».

A settant’anni dall’invenzione del treno, la prima automobile rese la velocità un’emozione individuale, privata, godibile a piacimento. Improvvisamente la velocità, questo démone incapace di perdono, vertigine dell’impossibile, diventava dominabile, la si poteva creare a volontà, goderne a rischio della morte, fondendo in un unico attimo stordente tutto quanto avvince l’animo umano: il pericolo, la competizione, la vittoria, lo sfiorare la morte, dominare qualcosa, giocare sull’orlo dell’abisso…

Per questo l’automobile nacque automobile da corsa. Dalla Parigi – Rouen del 1894, prima corsa al mondo, alla Parigi – Bordeaux, e poi Parigi – Marsiglia, Dieppe, Amsterdam, alla Parigi – Berlino del 1901, seguita l’anno seguente dalla Parigi – Vienna, ogni volta aumentava l’entusiasmo e la febbre della velocità. Per il 1903 l’Automobile Club di Francia propose ancora una grande traversata dell’Europa, stavolta però verso Sud: la Parigi – Madrid.

In realtà, il governo francese non era entusiasta dell’idea. Dopo la Parigi-Berlino del 1901 l’allora Ministro dell’Interno M. Waldeck Rousseau aveva dichiarato che il governo non avrebbe più autorizzato alcuna gara del genere. E’ vero che questa proibizione era stata rispettata sporadicamente; inoltre, stavolta, era giunta notizia, tramite gli ambasciatori spagnoli di stanza nella capitale francese, che il Re di Spagna Alfonso XIII aveva dato il suo consenso. Si cominciò a dire che la ritrosia francese poteva essere male interpretata dai cugini spagnoli. Il Barone de Zuylen, Presidente dell’Automobile Club de France, dichiarò che la Francia era sempre stata all’avanguardia del progresso e che erano proprio le corse a testimoniarlo. Si scatenò una discussione in Parlamento. Il Presidente del Consiglio, M. Combes, dichiarò che le strade erano pubbliche e non le si poteva utilizzare a piacimento per corse ed interessi privati. Ma il Barone de Zuylen e il Marchese De Dion aspettavano soltanto questo argomento per sottolineare quanto le corse fossero volute proprio dalla popolazione, e che tutti i sindaci di Francia reclamavano il passaggio di qualche competizione nei loro paesi. Furono snocciolate le cifre dell’industria automobilistica francese, che traeva grande giovamento dalla pubblicità delle corse. Venticinquemila operai lavoravano in questo settore, il più forte del mondo, che vantava un flusso di esportazioni del valore di 16 milioni di franchi all’anno. Non si potevano tarpare le ali ad una colonna portante dell’economia francese. Il Governo capitolò. Il 17 febbraio una riunione del Consiglio dei Ministri, presieduta dal Presidente della Repubblica, autorizzò solennemente la corsa, conferendo all’evento un’inaspettata consacrazione.

Le iscrizioni erano già aperte dal 15 gennaio, e al 26 febbraio si contavano circa 300 concorrenti: un successo incredibile. Il valore delle macchine iscritte era calcolato sui sette milioni di franchi. L’itinerario prevedeva un percorso di 1307 chilometri, diviso in tre tappe: Versailles – Bordeaux (552 km), Bordeaux – Vitoria (km 335) e Vitoria – Madrid (420 km). Intanto le riviste automobilistiche parigine (“France Automobile”, “La Locomotion”, “La Vie Automobile”) cominciarono a pubblicare il regolamento. La Parigi – Madrid, corsa internazionale organizzata dall’Automobile Club di Francia in collaborazione con l’Automobile Club di Spagna, era aperta a quattro categorie di veicoli: da 650 a 1000 kg; da 400 a 650 kg; da 250 a 400 kg; 50 kg o meno. Questi ultimi pagavano solo 50 franchi per l’iscrizione; per gli altri la tassa richiesta variava da 400 a 200 franchi. Nelle due prime categorie il pilota doveva essere affiancato da un meccanico, per un peso minimo di 60 kg, e non poteva cambiare per tutta la durata della corsa. Il peso, criterio determinante della gara, era da calcolarsi a vuoto, ossia senza conducente e meccanico, benzina, accumulatori, olio, pezzi di ricambio, utensili, vettovaglie, bagagli. Si potevano perfino dedurre dal peso fari, portafari e claxon. Se la vettura era dotata di un dispositivo aggiuntivo per l’accensione, poteva disporre di una franchigia ulteriore di 7 kg.

L’ordine di partenza sarebbe stato stabilito a sorteggio per le vetture iscrittesi tra il 15 gennaio e il 15 febbraio; per quelle iscrittesi successivamente, l’ordine di partenza era stabilito in base all’ordine di iscrizione. Questo fu un punto cruciale per il fallimento della gara, come vedremo. La partenza era fissata per domenica 24 maggio, alle 3,30 del mattino, dai Giardini di Versailles: le vetture sarebbero partite scaglionate alla distanza di due minuti l’una dall’altra (non avverrà così). La corsa si svolgerà – recitava testualmente il regolamento – sotto il regime dei parchi assolutamente chiusi. Con questa espressione si intendeva che le vetture, all’arrivo di ogni tappa, sarebbero state condotte in recinti sorvegliati, dove non era ammessa, pena l’esclusione dalla corsa, nessuna operazione: né rifornimenti, né tantomeno riparazioni. Tali operazioni dovevano avvenire esclusivamente in corsa. Inoltre, all’arrivo in ogni città, la vettura veniva obbligatoriamente presa in consegna da un commissario di gara che, in bicicletta e perciò a velocità ridotta, l’avrebbe accompagnata lungo tutto l’attraversamento urbano, fino all’uscita della città. Si trattava dei cosiddetti percorsi neutralizzati. Ogni macchina sarebbe stata dotata fin dall’inizio di una cassetta in metallo, tipo “buca delle lettere”, sigillata, dentro cui ad ogni neutralizzazione veniva immesso un foglio recante l’ora di entrata e di uscita dalla città. Questo avrebbe permesso, a percorso ultimato, di calcolare l’esatto tempo impiegato a percorrere l’itinerario di gara, escludendo gli attraversamenti urbani. Era una misura prudenziale, studiata per evitare che le vetture passassero in velocità nei centri abitati, dove si presumeva potessero verificarsi più facilmente degli incidenti per la presenza di pubblico o anche solo di passanti ignari.

Stabilito il regolamento, si cominciò a parlare delle strade. Versailles – Bordeaux era ormai un percorso classico dell’automobilismo sportivo: aveva già ospitato gare nel 1895 e nel 1901 vi si era svolta un’edizione della Coppa Gordon Bennett, famosa competizione automobilistica internazionale. Bordeaux – Vitoria presentava invece maggiori insidie, per il susseguirsi di curve, ponti, passaggi a livello, tratti a schiena d’asino o con pavé in pessime condizioni. L’ultima frazione era considerata la migliore, tale da permettere le maggiori velocità, anche se destava apprensione la salita a tornanti della Sierra Guadarrama.

Il totale degli iscritti fu di 315. Ne partirono effettivamente 224, di cui 88 vetture tra 650 e 1000 chili; 49 vetture leggere, tra 400 e 650 chili; 33 vetturette, al di sotto di 400 chili; 54 motociclette. Erano presenti tutti i migliori… e anche tutti gli altri. Spiccavano le poderose Panhard Levassor a quattro cilindri, da 70 cavalli, capaci di una velocità tra i 125 e i 130 km/h, e che potevano schierare piloti come René de Knyff, Henri e Maurice Farman, Pierre de Crawhez, Charles S. Rolls. Seguivano le Mors, dalla carrozzeria a bateau, con un radiatore che faceva sensazione perché tra i primi a “spartivento”, di 90 cv di potenza e 140 km di velocità massima. Le pilotavano assi come Henry Fournier, William K. Vanderbilt, Fernand Gabriel, il barone de Forest. Non sfigurava la Mercedes, presente con undici vetture da 60 e da 90 cavalli; e neanche la De Diétrich, che schierava i suoi modelli più potenti, pari soltanto alle Gobron Brillié, alle Charron Girardot, alle Napier, tutte marche ugualmente presenti. Tra le vetture leggere puntavano alla vittoria anche le Renault, pilotate dai due fratelli Marcel e Louis, le Darracq, le De Dion Bouton, le Clément, Richard, Décauville, e due Fiat, con piloti del calibro di Vincenzo Lancia e Luigi Storero.

E finalmente, come sempre, arrivò il grande giorno. Ormai i giornali avevano esaurito la loro scorta di aggettivi e di immagini per descrivere l’entusiasmo e l’emozione suscitati da questa corsa. Ogni confronto con il passato sembrava impossibile. “Solo il termine colossale – scrisse Paul Meyan su France Automobile – può rendere efficacemente l’inaudita partecipazione di folla. Furono più di centomila i parigini che si recarono a Versailles per la partenza, disponendosi lungo la strada del percorso per più di cento chilometri. Le stazioni della capitale Montparnasse e Sainte Lazare, da cui partivano i treni per Versailles, erano state prese letteralmente d’assalto. La cittadina alle porte di Parigi, alle due del mattino di una giornata che si rivelò caldissima, sembrava essere tornata ai fasti del Re Sole, illuminata e affollata com’era. Un pubblico immenso si assiepava intorno alle vetture, ansioso di toccarle, di riconoscere i piloti, di ascoltare il rumore del motore. Fu impossibile dare la partenza all’ora prefissata, e quando si riuscì, si decise di intervallare le macchine di un minuto, anziché di due, per evitare che il cerimoniale della partenza durasse fino a mezzogiorno (terminerà alle 6.45, dopo tre ore).

Fu questo l’atto di inizio di una confusione terribile. Prese la partenza per prima la De Diétrich di Jarrott, mille kg di peso, 45 cv, seguita dalla Panhard Levassor di De Knyff, da 70 cv, dalla Renault di Louis Renault (650 kg, 30 cv), la Décauville di Théry (640 kg, 24 cv), un’altra possente de Diétrich, seguita da una Mors, una Panhard e una Passy Thellier, di appena 400 kg e 16 cv. E così per ore, con i guidatori immersi fin da subito in una spessa, fastidiosissima nube di polvere. Non pioveva da due settimane, e se il primo tratto di strada era stato meticolosamente innaffiato, già ad un chilometro dalla partenza la visibilità era scarsa, se non impossibile. I piloti, accecati dalla polvere, erano costretti inoltre a scarti continui per evitare gli indisciplinati spettatori, che temerariamente si facevano trovare in mezzo alla carreggiata e non si scostavano se non all’ultimo, pur di poter vedere prima degli altri di che macchina si trattasse e da chi fosse guidata. Questo zigzagare quasi alla cieca proseguì fino al primo controllo di Rambouillet, e ancora fino a Chartres, poi finalmente la folla si diradò. A Chartres arrivò primo Louis Renault, grazie ad una andatura forsennata, seguito da Jarrott, de Knyff, Théry e Stead; stavano intanto conquistando posizioni sia Jenatzy, su Mercedes, sia Gabriel, su Mors, che aveva superato venticinque concorrenti. A Poitiers, circa metà del percorso, incalzava anche Marcel Renaul che, partito sessantatreesimo, si era portato tra i primi. A Bordeaux, termine della prima tappa, Louis Renault è primo e vi arriva alle dodici, seguito da Jarrott, che arriva a mezzogiorno e mezzo, Gabriel, Salleron, Baras, de Crawhez, Warden, Rougier, Jenatzy, Voigt, in un ordine d’arrivo che non coinciderà con quello di classifica per le diverse ore di partenza.

I primi arrivati sono storditi per il caldo, la fatica e l’enorme stress di guidare macchine pesantissime in mezzo alla polvere, alla folla e su strade impossibili; ma soddisfatti per l’exploit, ignari di quanto successo a tanti loro compagni di avventura. Le notizie filtrano lentamente, man mano che le ore passano. Dapprima sono notizie di incidenti senza gravi conseguenze: la Mors di Vanderbilt ha dovuto ritirarsi per la rottura di un cilindro; il barone de Caters, sulla sua Mercedes, nell’inseguimento di Jarrot e Renault, ha preso in pieno un albero e ha dovuto fermarsi per riparare la vettura. Con il trascorrere del pomeriggio, però, arrivano notizie ben più gravi, prima sussurrate, poi come un’onda che monta sempre più minacciosa, fino a stendere su tutto un sudario di morte. Si parla di una donna ferita mortalmente nei pressi di Ablis. Arrivano le prime testimonianze dell’incidente occorse a Marcel Renault, avvenuto nei pressi della cittadina di Cohué Vérac e che lo aveva lasciato inanimato sulla strada (morirà di lì a quarant’otto ore, senza più riprendere conoscenza). C’è chi racconta della Wolseley di Porter che, trovandosi inaspettatamente la strada sbarrata da un passaggio a livello, si è capottata due volte incendiandosi e provocando la morte del meccanico. Si racconta che all’entrata di Angouleme Georges Richard sia andato a sbattere contro un albero, per evitare un contadino che ingombrava la strada; che all’uscita della stessa città Tourand, su Brouhot, abbia perso il controllo della macchina. Un coraggioso soldato, Dupuy, slanciandosi per salvare un bambino, viene investito in pieno dalla macchina che lo uccide sul colpo (ma il bambino è salvo), per proseguire nella sua corsa incontrollata, arrivare sul pubblico e uccidere anche uno spettatore. Giunge anche notizia che a Saint Pierre di Palais Stead, sulla grossa De Diétrich, nel sorpassare una vettura è finito in un fosso, e si è ferito. Che Loraine Barrow su una de Diétrich, già partito in cattive condizioni di salute (ma il regolamento imponeva la presenza del pilota denunciato al momento dell’iscrizione), ha perso il controllo e si è schiantato contro un albero, ferendosi e uccidendo il suo meccanico, mentre la macchina è letteralmente esplosa in mille pezzi… Ma si sa anche che si sono fermati per incidenti o avarie Rolls, sulla Panhard Levassor, Mayhew sulla Napier, Maurice Farman sulla Panhard, Herbert Austin e Sidney Girling entrambi su Wolseley, Béconnais su Darracq.

L’eco degli incidenti e dei morti arriva in Parlamento, a Parigi. Il Consiglio dei Ministri si riunisce d’urgenza, la decisione è di sospendere la corsa, e di farla riprendere in territorio spagnolo. Di lì a qualche ora, però, anche il governo spagnolo si allinea alla decisione francese: la corsa finisce a Bordeaux.

La fine è ingloriosa. Gli ordini del governo francese sono perentori: nessuna macchina deve essere rimessa su strada, bensì trainata (“come condannati a morte”, commenterà uno spettatore) fino alla stazione più vicina e riportata nella capitale in treno. Un senso di lutto e di scoramento si impadronì di tutti gli animi. Si intuì di essere giunti ad una svolta, nell’automobilismo sportivo: certamente qualcosa sarebbe cambiato, perché qualcosa era finito per sempre.

Ma in definitiva cos’era successo veramente? Fu difficile capirlo, nel coro di commenti, condanne, anatemi, accuse che straripavano dai giornali dei giorni successivi. Si chiese di sospendere tutte le corse automobilistiche, di regolamentare rigidamente la circolazione ordinaria delle automobili, di mettere al bando velocità superiori ai 40 km/h, anche in gara. “Le Temps”, periodico francese, scrisse che “La corsa cessa dunque di essere un mezzo per diventare un fine. Si nutre di se stessa. Come Saturno, essa divora i propri figli”. “La Presse”, periodico sportivo, ospitò un editoriale del direttore Léon Bailby, meno catastrofico: “Innanzitutto, dalla lista delle vittime, che è stata scientemente ingrossata, cancelliamo i nomi dei corridori. Essi non desiderano né di essere compatiti né di essere vendicati… Restano le vittime involontarie. Esse meritano tutta la nostra compassione… Ma, purtroppo, è questa la legge del progresso! Non sarebbe terribilmente reazionario, per gli incidenti mortali che si sono verificati in quest’occasione, proibire ogni altra prova?”. La “Petite République”, organo socialista, si distinse da tutti gli altri giornali perché scrisse un inno al significato comunista dell’oggetto automobile, in quanto affrancava l’uomo dalla fatica e dalla soggezione ad altri (per esempio, da un cavallo). Non c’entrava nulla, ma era tanto per partecipare. “La Liberté”, invece, si schierava decisamente a favore della prosecuzione delle corse, di ogni tipo di corsa automobilistica. “La Francia si distingue, alla testa delle popolazioni civilizzate, per questa febbre automobilistica… Sono tutte conquiste francesi. Costano delle vite. Ma sono portatrici di un po’ di fierezza, un po’ di gloria al nostro paese”. La “Locomotion Automobile”, periodico del settore e voce autorevole, fu tra i pochi che affrontarono il problema delle cause degli incidenti. Prima causa: la velocità, una velocità superiore in molti casi ai 140 km/h, in un’epoca in cui il rapido Parigi – Calais marciava ad una media di 100 km/h, con punte di 120 km/h. Che un’automobile potesse andare più veloce di un treno, questo non era proprio ammesso. Seconda, e principale, causa: la polvere, sollevata da queste enormi macchine lanciate a tutta potenza. Accecava i conducenti, costringeva ad effettuare i sorpassi quasi alla cieca, impediva di vedere in tempo i segnali di pericolo o di passaggio a livello, rendeva difficile e faticosa la respirazione, aumentava la sensazione di caldo e afa. Terza causa: l’intemperanza del pubblico, l’insufficienza del servizio d’ordine. La folla schierata ai lati della strada spesso e volentieri invadeva la carreggiata, incurante se non inconsapevole del pericolo mortale. I gendarmi chiamati a tenere l’ordine sembravano spesso altrettanto interessati al passaggio delle macchine quanto gli spettatori che avrebbero dovuto tener lontani dalla strada. Persino il regolamento non fu privo di responsabilità nell’origine di tanti incidenti. Perché affidare ad un sorteggio l’ordine di partenza delle automobili, senza nessun pensiero alle cilindrate e potenze diverse, con il risultato di costringere decine di macchine a continui sorpassi, con tutti i rischi del caso? Un esempio: il concorrente n. 89, Mouter su de Diétrich, partì da Versailles 89° ed arrivò a Bordeaux 10°, effettuando, come raccontò su un giornale nei giorni seguenti, più di cento sorpassi. Gabriel, su Mors, arrivato terzo a Bordeaux (primo nella classifica parziale, poi diventata definitiva) era partito 168°. Questo significava mettere i concorrenti in una situazione di sbaraglio. Si pensi alla situazione di totale caos per aver messo sulla stessa strada, ad appena un minuto d’intervallo, 137 vetture, 33 vetturette e 54 motociclette, ossia 224 veicoli. E poi: perché il regolamento non aveva previsto la possibilità di una sostituzione del conducente? Si disse, a gara chiusa, che Marcel Renault era partito sofferente, ma aveva comunque dovuto farlo essendogli preclusa la possibilità di farsi sostituire.

Insomma, era la conclusione, bisognava finirla con queste corse su strada, inutilmente pericolose e prive di significato pratico. Si aggiunse alle altre anche la voce del marchese de Dion: non era vero che le corse servivano come campo di sperimentazione per le vetture vendute al pubblico. Le macchine da corsa non avevano alcun rapporto con quelle da turismo, e una marca vittoriosa nelle competizioni sportive avrebbe potuto tranquillamente offrire alla propria clientela vetture di qualità mediocre. Bisognava pensare a gare di resistenza, o di consumo, in cui a essere sottoposti a verifica fossero quegli aspetti più vicini agli interessi degli automobilisti comuni. “Le Matin”, quotidiano di Parigi, corroborò questa opinione: “Ciò che le corse ci potevano dare, ci hanno dato. Cos’hanno in comune le vetture da corsa con quelle messe in vendita? Sono i fabbricanti stessi che non hanno più interesse a far correre motori del genere. Le loro conquiste devono essere di ordine più pratico”. “L’Auto” è più pragmatico: invece di ripetere ciò che scrivono tutti, comincia a proporre regole nuove per le gare, ossia limitare il numero dei partenti, adottare altri criteri oltre quello del peso e far svolgere le corse lontano dal pubblico, senza più cercare la consacrazione, piacevole ma pericolosa, delle folle festanti. Anche i giornali italiani presero posizione. La “Stampa Sportiva” scrisse, in un editoriale intitolato “Riconosciamo la verità”: “Una verità balza evidente su questa penosa serie di esistenze infrante e di vetture fracassate, e questa verità lucida come un cristallo, tagliente come una spada, si impone alla nostra mente come a quella di ogni persona di buon senso: le grandi corse automobilistiche su lunghi percorsi attraverso paesi e città, col meraviglioso progresso che hanno raggiunto oggigiorno gli automobili, sono divenute pericolosissime e quindi dannose”.

“The Car”, settimanale pubblicato a Londra, cercò invece di ristabilire la verità in merito al numero effettivo di morti (per esempio, risultò infondata la notizia dell’investimento mortale di una donna) e alla dinamica degli incidenti, a partire da quello di Angouleme che aveva spinto il governo francese ad intervenire. Si trattava dell’incidente più grave, in cui erano morti due spettatori, di cui uno, il soldato Dupuy, intervenuto per salvare la vita ad un ragazzino di nove anni scappato di mano ai genitori. Si trattò comunque dell’unico incidente in cui furono coinvolti spettatori, su un percorso di oltre cinquecento chilometri, e per di più causato dall’imprudenza fatale di un bambino e disattenzione di due adulti. Il passaggio a livello dove invece si verificò l’incidente di Porter, sulla Wolseley, era in quel momento incustodito. Nulla segnalò in tempo al pilota la necessità di frenare, ed egli perse il controllo della vettura. Ma questa è altra cosa che il dire che la vettura diventò incontrollabile “da sola”: se il passaggio a livello fosse stato, come doveva, debitamente segnalato e custodito, niente sarebbe successo. Diversa è anche la ricostruzione dell’incidente occorso a Loraine Barrow: aveva ha perso il controllo della sua vettura perché, per evitare un cane, ne aveva investito un secondo, e la sua macchina non era esplosa, bensì, purtroppo, andata distrutta nell’impatto contro un albero. La convinzione che un motore potesse esplodere o una vettura ribellarsi senza motivo al controllo dell’uomo era il risultato dell’ignoranza e del timore superstizioso, questa l’opinione del giornale, con cui ancora si guardava all’automobile. La stesso incidente che causò la morte di Marcel Renault andava analizzato correttamente. Insieme a quello che vide protagonista Stead, furono gli unici due incidenti effettivamente legati al carattere competitivo della manifestazione. Entrambi i piloti infatti ne stavano superando un altro, e non riuscirono ad evitare l’impatto in quanto accecati dalla polvere sollevata dalle macchine precedenti. C’è quasi da meravigliarsi, continua “The Car”, che ferali episodi di questo genere non siano stati più numerosi, visto la gran quantità di vetture di grossa cilindrata presenti contemporaneamente sulla strada. Gabriel da solo effettuò settantotto sorpassi: non bastava questa cifra per ringraziare il cielo che non fosse capitato di peggio?

La discussione, in Francia, approdò nuovamente al Consiglio dei Ministri. Il Ministro degli Interni, M. Combes, non poteva infatti evitare di essere giudicato il primo responsabile di quanto accaduto. Bastava che vietasse le corse, come aveva fatto il suo predecessore: perché aveva cambiato orientamento?

Improvvisamente, la discussione si sgonfiò. Combes spiegò che l’aveva fatto con la migliore delle intenzioni, e che non si aspettava che le vetture andassero a velocità così alte. Non gli sarebbe però sembrato opportuno, in base agli eventi luttuosi della corsa, adottare misure di restrizione nei confronti dell’industria automobilistica tutta. La Camera dei Deputati e il Senato furono d’accordo. I titoli catastrofici dei giornali scomparvero, e l’attenzione si focalizzò sulla corsa in calendario al 22 giugno, che doveva svolgersi sul circuito delle Ardennes.

Rimase l’exploit del povero Gabriel, che su una vettura Mors (che in latino significa morte) aveva percorso i 552 chilometri della tappa in cinque ore e quattordici minuti, alla media di 105 km/h. Rimase l’enorme delusione della Spagna, che aveva investito 700.000 pesetas per i preparativi, messo in palio magnifici premi, costruito stand in grado di accogliere anche quarantamila spettatori, e che si era vista costretta a seguire la scelta francese, all’ultimo minuto. Rimase il ricordo delle favolose, mitiche corse da capitale a capitale, con cui erano nate le gare automobilistiche, e che erano finite per sempre.

http://www.virtualcar.it/%C2%ABparigi-madrid-1903-una-corsa-che-non-ebbe-arrivo%C2%BB-di-donatella-biffignandi/


Marcel Renault sulla sua Brumm r27 Renault 30hp





Fernand Gabriel sulla sua Mors
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