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Aroldo Bonzagni


Cento, 24 settembre 1887 – Milano, 30 dicembre 1918

E' stato un pittore italiano.

Nato nel 1887 a Cento, in provincia di Ferrara, nel 1906 si trasferisce con la famiglia a Milano, dove si iscrive all'Accademia di Brera.

Divenuto amico di Boccioni, firma la prima edizione del Manifesto dei pittori futuristi (1910) per poi, poco dopo, allontanarsi dal gruppo (verrà sostituito da Balla).

Rivolge il suo interesse alla realtà che osserva con una vena d'ironia. Numerosi i suoi lavori grafici, influenzati anche dalla conoscenza della rivista Ver Sacrum e dal contatto con la cultura di matrice secessionista esposta in quegli anni alla Biennale.

Dal 1910 al 1911 si dedica alla decorazione di una villa a San Donnino della Nizzola, nei pressi di Modena.
Nel 1912 espone a Milano nella Mostra della pittura e scultura rifiutata, espone poi alla Biennale di Venezia.
Nel 1913 espone a Bergamo nella Mostra nazionale della caricatura e l'anno seguente si reca in Argentina dove espone, collabora con illustrazioni in importanti riviste ed esegue alcuni affreschi nell'ippodromo di Buenos Aires.

Di ritorno in patria, espone a Milano nel 1915. Negli ultimi tempi la sua arte è sempre più rivolta al mondo degli umili e dei derelitti. Durante la guerra mondiale si dedica anche ad illustrazioni di sostegno patriottico.

Muore a Milano il 30 dicembre 1918 colpito dall'epidemia di influenza spagnola.

http://it.wikipedia.org/wiki/Aroldo_Bonzagni



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La Statua della Libertà di Parigi


Svetta all'entrata del porto sul fiume Hudson, sulla rocciosa Liberty Island (un tempo Bedloe's Island), come ideale benvenuto a tutti coloro che arrivano negli USAed è costituita da un'armatura di acciaio rivestita di lastre di rame (modellate a martello e assemblate con rivetti), su un basamento granitico di provenienza sarda. È alta 93 metri (compresi i 47 m del piedistallo) ed è visibile fino a 40 chilometri di distanza. Raffigura una donna che indossa una lunga toga e sorregge fieramente in una mano una fiaccola (simbolo del fuoco eterno della libertà), mentre nell'altra stringe un libro recante la data del 4 luglio 1776 (giorno dell'Indipendenza americana); ai piedi vi sono delle catene spezzate (simbolo della liberazione dal potere del sovrano dispotico) e in testa vi è una corona, le cui sette punte rappresentano i sette mari e i sette continenti.

Ideata da Édouard René de Laboulaye, costruita a Parigi su progetto di Frédéric Auguste Bartholdi e realizzata ingegneristicamente da Gustave Eiffel (il creatore dell'omonima torre), essa fu donata dai francesi agli Stati Uniti d'America in 1883 casse trasportate a New York per mezzo di una piccola nave (che dovette effettuare numerosi viaggi) e ivi assemblata, in segno di amicizia tra i due popoli e in commemorazione della dichiarazione d'Indipendenza di un secolo prima (1776), ma a causa del protrarsi dei lavori fu completata solo nel 1884 e inaugurata il 28 ottobre 1886, dieci anni dopo la ricorrenza.

Durante le celebrazioni per l'inaugurazione, si formò spontaneamente la prima ticker-tape parade, evento divenuto tipico della cultura statunitense e legato particolarmente alla città di New York.

Nel 1924 la statua divenne monumento nazionale insieme all'isola sulla quale è posta.

Pare che le sembianze della statua opera di Frédéric Auguste Bartholdi siano state ispirate dalla Statua della Libertà della poesia, presente sul monumento funebre di Giovanni Battista Niccolini nella Basilica di Santa Croce a Firenze, ad opera dello scultore Pio Fedi.

Secondo altre ipotesi, il progetto si sarebbe ispirato al famoso Colosso di Rodi, una delle Sette meraviglie del mondo, o al Sancarlone di Arona. Inoltre, la statua della Libertà presenta una notevole somiglianza con un'opera marmorea di Camillo Pacetti, collocata a sinistra sulla balconata sovrastante il portale maggiore del Duomo di Milano; la scultura di Pacetti si intitola La Legge Nuova e fu collocata, dove ancora oggi si trova, nel 1810.

Il primo modello della statua, in scala ridotta (11,50 metri), fu costruito nel 1870. Si trova a Parigi, vicino al ponte Grenelle sull'Île des Cygnes, un'isola sulla Senna, nelle vicinanze del vecchio laboratorio di Bartholdi. Donato alla città il 15 novembre 1889, guarda verso l'Oceano Atlantico, verso la sua "sorella maggiore" nel porto di New York, eretta tre anni prima.

http://it.wikipedia.org/wiki/Statua_della_Libert%C3%A0



 La Legge Nuova, realizzata da Camillo Pacetti per il Duomo di Milano


Parigi, Exposition universelle del 1878





Rappresentata da Victor Dargaud in Rue de Char
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La beffa delle teste di Modigliani


Durante l’estate del 1984, in occasione del centenario della nascita dell’artista Amedeo Modigliani (12 luglio 1884), il Museo Progressivo di Arte Moderna di Livorno decide di allestire una mostra in omaggio al suo cittadino più illustre. L’esposizione ha l’obiettivo di evidenziare la breve e poco documentata carriera di scultore di Modigliani.
La cura della progetto viene affidata alla conservatrice del museo, Vera Durbè, con la collaborazione del fratello Dario, sovrintendente alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Per arricchire la mostra, inizialmente un po’ scarna e snobbata dalla critica (delle 26 sculture modiglianesche, ne erano arrivate a Livorno solo quattro), i due decidono di utilizzare delle scavatrici per perlustrare il Fosso Mediceo, dove nel 1909, si dice, Modigliani aveva gettato, sconfortato dal giudizio dei suoi concittadini e in procinto di partire definitivamente per Parigi, alcune delle sue sculture.
 
Il comune di Livorno (giunta Pci) non esita a finanziare le ricerche, sperando in questo modo di alimentare il gracile turismo della bella città toscana. E così, davanti ad una sparuta folla di curiosi, la benna della scavatrice inizia la perlustrazione del Fosso. Passano alcuni giorni, ma delle sculture di Modigliani non vi è traccia.

Quando tutta l’operazione sembra aver assunto la forma di un enorme spreco di denaro pubblico, ecco che l’ottavo giorno qualcosa di sorprendente e di miracoloso cala sulla città di Livorno: la benna ha trovato un oggetto. Si tratta di una testa di granito scolpita con tratti duri e allungati. Passano poche ore e la ruspa tira fuori dal Fosso altri due blocchi di pietra serena, che si rivelano essere altrettante sculture, anch’esse raffiguranti delle teste.
 
Per Vera Durbè e suo fratello non ci sono dubbi: le opere appartengono ad Amedeo Modigliani. Da quel momento in poi, la città di Livorno viene letteralmente invasa da turisti e dai media di tutto il mondo, con grande felicità da parte dell’amministrazione comunale che in quell’ impresa si giocava la faccia. Dall’America al Giappone, curiosi, giornalisti e critici d’arte si affollano davanti al Museo di Villa Maria, impazienti di ammirare gli straordinari ritrovamenti. I grandi maestri della critica italiana, da Argan a Ragghianti passando per Carli e Brandi, applaudono l’impresa.

Il fratello di Vera Durbè, Dario, pubblica a tempo di record un libro dal titolo “Due Pietre Ritrovate di Amedeo Modigliani”, con tanto di foto e commenti di eminenti esperti. Dalle parole dello stesso Durbè si può ben capire l’entusiasmo contagioso che si respira in quel periodo: “Poche parole per descrivere un episodio e delle emozioni che avrebbero richiesto lo spazio di un intero libro. Mi sono sentito vicino a Modigliani, come se quella pietra avesse il potere di metterci in un contatto fisico e annullare i settantacinque anni che separavano il gesto amaro di lui dalla gloria del nostro ritrovamento”.
 
La giornata trionfale è prevista per domenica 2 settembre, nella sede della mostra, per la presentazione del libro che deve consacrare definitivamente il valore mondiale della scoperta. Ma, come recita un antico detto, “non tutto ciò che luccica è necessariamente oro”. Infatti, mentre presso il Museo Progressivo di Arte Moderna di Livorno si preparano i festeggiamenti e gli ultimi dettagli prima dell’inaugurazione, una notizia Ansa piomba su quella impresa come un fulmine a ciel sereno: tre studenti di Livorno, Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci, in un’intervista rilasciata al settimanale Panorama, dichiarano di essere gli autori della seconda Testa pescata del Fosso. Si tratta di un gioco, dicono i tre giovani, di uno scherzo ben riuscito ottenuto non con un poetico e filologicamente corretto scalpello, bensì con un semplice e prosaico trapano elettrico Black & Decker. 
 
A conferma di quanto appena detto, alla sua uscita il settimanale pubblica alcune foto scattate dei tre studenti in un giardino nel momento stesso in cui compiono l’opera. Per fugare i residui dubbi, i falsari vengono inoltre invitati in televisione, durante la prima serata, per ripetere dal vivo il loro esperimento davanti ad oltre dieci milioni di telespettatori sintonizzati.

Tutto ciò non scalfisce tuttavia la resistenza di coloro (i fratelli Durbè oltre che gran parte della critica) che ancora credono che le opere siano il frutto dello scalpello dello scomparso artista e che la trovata dei tre studenti sia solo un modo per farsi pubblicità. A suffragare la loro tesi ci sono ancora le altre due Teste ritrovate, che in nessun modo e per loro stessa ammissione i tre ragazzi avevano potuto scolpire. La trincea dietro la quale si proteggevano ad oltranza i sostenitori dell’autenticità delle opere, crolla dopo una decina di giorni, quando si viene a sapere che l’idea di farsi beffa dell’altezzoso mondo dell’arte non era balzata in testa solo a Luridiana, Ferrucci e Guarducci.
 
Si scopre, infatti, che le altre due sculture sono opera di un tale Angelo Froglia, ventinovenne, lavoratore portuale, discreto artista ed ex appartenente all’organizzazione terroristica di estrema sinistra Azione Rivoluzionaria. A differenza dei tre studenti, che avevano compiuto l’impresa per scherzo, quasi con innocenza, Froglia ha motivazioni più profonde e complesse. “Non mi interessava fare una burla, – dichiara ai giornalisti l’abile falsario – lo scherzo dei tre studenti è stata una variabile impazzita che mi ha intralciato non poco. Il mio intento era quello di evidenziare come attraverso un processo di persuasione collettiva, attraverso la Rai, i giornali, le chiacchiere tra persone, si potevano condizionare le convinzioni della gente. Inoltre io sono un artista, mi muovo nei canali dell’arte, volevo suscitare un dibattito sui modi dell’arte e questo mi è riuscito in pieno. La mia è stata un’operazione concettuale, se volete in un certo senso è stata anche un’opera d’arte, come quella di Christo che impacchetta i monumenti, ma non avevo alcun intento polemico contro l’amministrazione, né contro la città, né contro i critici d’arte come singoli.. Volevo semplicemente far sapere come nel mondo dell'arte l'effetto dei mass media e dei cosiddetti esperti possa portare a prendere grossissimi granchi”. In effetti i cosiddetti esperti erano ridotti al silenzio, incapaci di reagire e coperti di ridicolo.
Tutto il mondo, dopo aver puntato gli occhi delle telecamere e l’interesse sulla cittadina toscana in cui era avvenuto il miracolo di un ritrovamento tanto atteso e desiderato, seppe dunque della beffa di Livorno. Tutta la vicenda giovò, e non poco, alla celebre marca di trapani elettrici Black & Decker, che impostò la sua campagna pubblicitaria sulle straordinarie potenzialità del proprio prodotto. Per quanto riguarda il resto, la vicenda si concluse con le lacrime di Vera Durbè e il sorriso divertito dell’opinione pubblica italiana.

http://www.instoria.it/home/teste_modigliani.htm 


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Marguerite Burnat-Provins


1872-1952

E' una pittrice francese.

Nnata ad Arras, nel nord della Francia, Marguerite si sposa a Londra, vive la maggior parte della vita in Egitto, e, infine, adotta il Valais in Svizzera come terra natale.

Diciannovenne, Marguerite Provins arriva a Parigi per studiare arte all' Academie Julien nel 1891.
Insolito per una donna, Marguerite studiò anche anatomia presso la facoltà universitaria di Medicina.

In uno dei suoi primi autoritratti spiccatamente simbolisti, la pittrice si ritrae con in mano una matita e un foglio bianco, con sguardo profondo e riflessivo, in una sorta di contemplazione.
Realizzò, poi, una serie di allegorie, in matita e seppia, che esplorano il subconscio di una ragazza combattuta nella sua femminilità. Un'aria di inquietudine pervade queste immagini da sogno.

Durante i suoi studi, Marguerite Provins incontra un giovane studente di architettura, Adolph Burnat; i due si sposano appena dopo un anno di fidanzamento.

Si cimenta anche nella letteratura, scrivendo ben una ventina di volumi in prosa.



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La Maison du Philosophe


Si tratta di un edificio realizzato con materiali di riciclaggio nell'Impasse Girardon, nel quartiere di Montmartre.

Ciò nonostante è stilisticamente in netta contrapposizione con le abitazioni del Maquis di Montmartre, per lo più capanne e baracche.

La Maison du Philosophe si compone di due parti, priva di alcuna comodità e minuta di balcone con vista sul terreno incolto sottostante.
Chi la abitava, era solito sedere in balcone assorto nei propri pensieri; è da questo comportamento del singolare proprietario che l'edificio prese il suo nome.
E ben presto anch'egli venne definito come "le philosophe du Maquis".

Purtroppo l'intera torre è stata smantellata nella prima metà dell'Ottocento per lasciare spazio alla costruzione di nuovi palazzi signorili; resta, però, a mostrarci le sue sembianza una realizzazione in piastrelle di ceramica dell'artista Poulbot, in Rue Darémont.
Anche altri artisti come Maurice Utrillo la rappresentarono più volte nella loro produzione.




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Il Medico della peste

 
Tra le maschere veneziane più bizzarre del Carnevale, il Medico della Peste è quella riconoscibile dal lungo naso simile al becco di una cicogna.

In origine questa non era una maschera ma bensì doveva servire da protezione ai cosiddetti Medici della Peste, che venivano a contatto con gli ammalati di questo terribile morbo. Questa malattia uccise metà della popolazione di Venezia durante le due epidemie che sconvolsero l'Europa nel 1576 e nel 1630.

I Medici della Peste inserivano delle erbe aromatiche all'interno del becco delle maschere, indossavano degli occhiali e toccavano gli appestati e i loro indumenti solamente con una bacchetta di legno. Tutti questi erano considerati mezzi di protezione indispensabili per non venire contagiati.

http://www.innvenice.com/Maschere-Veneziane.htm



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Hector Guimard


Lione, 10 marzo 1867 – New York, 20 maggio 1942

E' stato un architetto francese, principale esponente dell'Art Nouveau in Francia.

Nella dipendenza internazionale dell'Art Nouveau, Guimard fa figura di franco tiratore isolato: non lascia alcuno discepolo dietro lui, né nessuna scuola, ed è il motivo per cui si è a lungo tentati di considerarlo come un attore secondario di questo movimento - un'assenza di posterità che contrasta con la profusione formale e tipologica straordinaria della sua opera architetturale e decorativa, dove l'architetto dà il migliore di sé stesso in circa quindici anni di una straordinaria attività creatrice.

Fin dai suoi studi d'architettura, Guimard è sensibilizzato alle teorie di Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc che getta le basi, fin da 1863, dei futuri principi strutturali dell'Art Nouveau. La conversione di Guimard allo stile stesso è da parte sua più circostanziata: si fa in occasione di un viaggio a Bruxelles, dove visita l'hotel Tassel di Victor Horta. La realizzazione più emblematica di quest'epoca, il Castel Béranger (1898), illustra questo momento di transizione che vede la scossa tra queste due eredità : sui volumi geometrici d'ispirazione medioevale della grande opera si sparge a profusione la linea organica "in colpo di frusta" importata dal Belgio.

Il Castel Béranger rese Guimard famoso da un giorno all'altro e numerose commissioni gli permisero allora di raffinare sempre maggiormente le sue ricerche estetiche - l'armonia e la continuità stilistiche in particolare (un ideale principale dell'Art Nouveau), che lo spinsero ad una concezione quasi totalitaria della decorazione interna, culminando nel 1909 con l'hotel Guimard (regalo nuziale alla sua ricca sposa americana) dove stanze ovali sono arredate con mobili unici, parte integrante della costruzione.

Se il pozzo di luce proprio di Victor Horta è un dato piuttosto assente nella sua opera (eccetto nell'esempio tardivo dell'Hôtel Mezzara, del 1910), Guimard lo conduce però esperienze spaziali stupefacenti, nei volumi delle sue costruzioni in particolare: la casa Coilliot e la sua doppia-facciata curiosa (1898), la villa La Bluette e la sua bella armonia volumetrica (1899), e soprattutto il Castel Henriette (1899) e il Castel d'Orgeval (1905), manifestazioni radicali di un "piano-libero" vigoroso ed asimmetrico, venticinque anni prima delle teorie di Le Corbusier. La simmetria non è tuttavia proscritta: lo splendido hotel Nozal, nel 1905, riprende la disposizione razionale di un piano in quadrato proposto da Viollet-le-Duc.

Le innovazioni strutturali non mancano neppure, come nella straordinaria sala da concerto Humbert-de-Romans (1901), dove una struttura complessa scompone le onde sonore per arrivare ad un'acustica perfetta. O, similmente, come nell'hotel Guimard (1909), dove la meschinità del lotto permette all'architetto di respingere ogni funzione portatrice sulle pareti esterne e liberare così la disposizione degli spazi interni, diversa da un piano all'altro.

Toccatutto brillante, Guimard è anche un precursore della standardizzazione industriale, nella misura in cui desidera diffondere la nuova arte a grande scala. Su questo piano conosce un vero successo - nonostante gli scandali - con le sue entrate famose della Metropolitana parigina, costruzioni flessibili dove trionfa il principio dell'ornamento strutturale di Viollet-le-Duc. L'idea è ripresa - ma con meno successo - nel 1907 con un catalogo di elementi in ghisa applicabili all'architettura: Ghise artistice, stile Guimard. Al 1911 risalgono l'Hôtel Mezzara e gli edifici per appartamenti della Rue Agar.

Come per il quadro architetturale globale, la concezione intrinseca dei suoi oggetti d'arte procede dello stesso ideale di continuità formale (che permette di fondere tutte le funzioni pratiche in un corpo unico, come con il Vaso delle Binelles, del 1903) e lineare, come nel disegno dei suoi mobili, dalla siluetta gracile ed armoniosa.

Il suo vocabolario stilistico inimitabile procede di un organicismo vegetale particolarmente suggestivo, pur restando risolutamente sul versante dell'astrazione. Modanature e movimenti nervosi investono così tanto la pietra che il legno ; nel piatto, Guimard crea vere composizioni astratte che si adattano con la stessa libertà alla vetrata (Hôtel Mezzara, 1910), al pannello di ceramica (casa Coilliot, 1898), al ferro forgiato (Castel Henriette, 1899), alla carta dipinta (Castel Béranger, 1898) o ai tessuti (hotel Guimard, 1909).

Ma nonostante questo fuoco d'artificio di innovazioni e di dimostrazioni in numerosi settori, il mondo devia rapidamente da Guimard : meno dell'opera, è l'uomo che irrita. E, degno rappresentando dell'Art Nouveau, è lui stesso vittima delle contraddizioni inerenti agli ideali del movimento : le sue creazioni più perfette sono finanziariamente inaccessibili al più grande numero, ed all'inverso i suoi tentativi di standardizzazione corrispondono male al suo vocabolario molto personale. È completamente dimenticato quando si estingue a New York nel 1942, dove si era esiliato per timore della guerra (sua moglie era ebrea).

Dopo numerose distruzioni, esploratori isolati (i primi "hectorologi") partono alla riscoperta dell'artista e del suo universo verso gli anni 1960-1970 e ricostituiscono con pazienza la sua storia. Se l'essenziale è stato fatto in questo campo, resta che, cento anni dopo il "gesto magnifico" dell'Art Nouveau (Le Corbusier), la maggior parte delle costruzioni di Hector Guimard rimangono inaccessibili al pubblico, e che un "Museo Guimard" non è stato ancora inaugurato in Francia.

http://it.wikipedia.org/wiki/Hector_Guimard


Portale d'entrata del Castel Béranger


L'accesso della Metrò alla fermata Pasteur


L'accesso della Metrò alla fermata Abbesses



Schizzo per la copertina della rivista "Revue d'Art"
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Alvin Langdon Coburn


Boston 1882 - Colwyn Bay 1966

E' stato un fotografo americano.
Proveniente da una famiglia di industriali, si accostò alla fotografia per l'interessamento di un lontano cugino, F. H. Day, che lo iniziò al pittorialismo e nel 1900 lo aiutò a esporre a Londra.

L'anno seguente, a Parigi, studiò sotto la guida di Edward Steichen; dopo aver aperto uno studio a New York, nel 1905 fece ritorno a Londra dove realizzò numerosi ritratti degli intellettuali dell'epoca che sarebbero poi stati raccolti nei due volumi Men of mark (1913; Uomini di successo) e More Men of mark (1922; Altri uomini di successo).
Grazie agli studi condotti dal 1907 al 1909 sulla tecnica della fotoincisione, fu in grado di stampare da solo le lastre delle sue raccolte dedicate a Londra (1909) e New York (1910). Già queste prime opere segnano un superamento dell'estetica pittorialista in favore di una ricerca d'avanguardia, percorso particolarmente evidente nelle 26 vedute del Grand Canyon apparse sulla rivista Camera Work (1911) o nella composizione urbana semiastratta intitolata Octopus (1912).
Nel 1917 spinse la sua ricerca simbolista alle estreme conseguenze aderendo al vorticismo, movimento fondato in Inghilterra da E. Pound e W. Lewis; a questo periodo risalgono i cosiddetti vortografi, immagini ottenute sistemando dinanzi all'obiettivo un prisma con superfici a specchio che attuava una scomposizione cubista delle forme. Animato da una forte tensione spirituale, nel 1919 Coburn si affiliò alla massoneria, relegando la fotografia in secondo piano.

http://www.sapere.it/enciclopedia/Coburn,+Alvin+Langdon.html


George Bernard Shaw




Canale di Venezia


Francis James Mortimer


Henri Matisse
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Martín Rico y Ortega


El Escorial, Madrid, 1833 - Venezia, 1908

E'un pittore spagnolo, per lo più paesaggista.

Ha studiato presso la Escuela de Bellas Artes de San Fernando, con il suo maestro Genaro Pérez Villamil. E' stato anche un discepolo di suo fratello Bernard con cui collaborò come disegnatore e incisore, diventando direttore artistico della rivista "La Ilustración Española y Americana".

 
Nel 1854 iniziò i suoi viaggi in Europa: Parigi, Svizzera, Inghilterra, Italia.

In tutta la sua produzione artistica si può notare una continua evoluzione da una prima maniera realista  a un conclamato impressionismo.  

L'influenza di Turner e Ruysdael lo ha portato a dipingere paesaggi sempre più umanizzati. Il suo rapporto con Mariano Fortuny fa si che Ortega approfondisca la pittura di passaggio raggiungendo toni più luminosi e impressionisti. Una delle sue opere più note è intitolata "Las lavanderas".

Nel 1907 ha pubblicato il suo libro di memorie "Recuerdos de mi vida", dedicato al suo amico paesaggista Aureliano de Beruete.



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Élie-Anatole Pavil



1873-1948

Élie Pavil arrivò in Francia nel 1892 dalla sua terra natale del Mar Nero di Odessa, Ucraina. 
Portandosi appresso già alcune opere realizzate in patria, Pavil entrò all'Académie Julian dove ebbe come insegnante William Bouguereau, pittore figurativo di grande fama.

Pavil fu molto influenzato dallo stile del suo maestro, ma se ne discostò ben presto acquisendo le nozioni impressioniste di Renoir, Monet e Sisley. 
Si trasferì, successivamente, in Marocco, sulla costa del Nord Africa, dove dipinse un grande numero di paesaggi e scene di vita quotidiana del Mediterraneo. 

Fu uno dei maggiori artisti rappresentati nella "Mostra di artisti francesi" del 1905 ed espose al Salon des Independents e al Salon d'Automne.



Le Montmartre disparu



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Serafino Macchiati


Uno dei rappresentanti più degni e brillanti della colonia artistica italiana in Francia a cavallo del XIX secolo è anche un grande artista marchigiano, valido illustratore di interessanti eventi letterari nel fervore editoriale di inizio secolo.

Si tratta di Serafino Macchiati, pittore e illustratore camerte ingiustamente dimenticato e trascurato dalla critica, il quale, dopo gli stentati esordi in patria, raccoglierà larghi consensi in Francia dove, grazie anche all’incoraggiamento di Vittore Grubicy e di Giacomo Balla (che ne esegue un ritratto nel 1900), sarà destinato a trovare l’ambiente ideale per dare al proprio linguaggio espressivo un’impronta originale, riuscendo a conquistare un ruolo di tutto rilievo nel quadro dell’arte sia grafica che pittorica europea.
Benché all’inizio della sua carriera alcuni critici lo definiscano "ferrarese", Serafino Macchiati nasce a Camerino il 17 gennaio del 1860, ma svolge tutta la prima, e meno fortunata, parte della propria attività artistica prima a Bologna e poi a Roma.
Autodidatta, sarà proprio a Bologna, dove frequenta la scuola libera del nudo sotto la guida di Luigi Busi, che il diciannovenne Macchiati esordirà alla locale Promotrice del 1879 con una piccola tela. Trasferitosi a Roma dove all’epoca trionfava la pittura di genere, insofferente agli ambienti accademici, per non piegarsi al cattivo gusto dominante, si "rassegna" all’illustrazione, con la quale otterrà un successo rapido e duraturo.
Quindi una felice incursione negli stimolanti ambienti dell’editoria milanese del primo Novecento: se le prime vignette eseguite per alcuni volumi della casa editrice Sonzogno e per Racconti di Natale di Cordelia (1886) e per Il canzoniere dei fanciulli di Enrico Fiorentino (1888) pubblicati entrambi da Treves, sono ancora prove d’esordio abbastanza stereotipe come ideazione e deboli come fattura, sarà la serie dei disegni che in due anni di collaborazione, fra il 1894 e il 1895, andrà pubblicando su "La Tribuna Illustrata", che gli fornirà l’occasione di cominciare ad affermare la propria personalità, rivelandolo come disinvolto illustratore della modernità.

A Parigi, dove si trasferisce nel 1898 su invito dell’editore Lemerre che lo incarica di illustrare "Crime d’amour" di Paul Bourget (primo di una ventina di volumi che illustrerà per Marcel Prevost, Armand Blanc, Edmond Rostand), Serafino Macchiati riesce a definire sempre meglio la propria cifra iconografica e a conquistare in breve tempo la più larga notorietà, lavorando incessantemente per migliorare il proprio stile.
Questi romanzi a soggetto contemporaneo e ad ambiente mondano trovano in lui un interprete fine e brillante: la personalità artistica di Macchiati si afferma soprattutto nell’eleganza del segno e nella raffinata quanto autorevole riduzione in squisite vignette in bianco e nero di scene di vita mondana e di leggiadre figurine caratterizzate da una consumata maestria nell’impaginato, nel vivo senso del movimento e in un gusto decorativo che non scade mai nel lezioso.
Le sue illustrazioni sono dei piccoli capolavori per lo spirito che anima la scena, per la penetrazione del carattere delle figure, per la naturalezza degli atteggiamenti e delle espressioni che, nella varietà dei tipi e nella loro sicura individuazione, palesano l’osservazione costante e analitica dal vero.
Se si eccettua la partecipazione all’illustrazione della Divina Commedia per l’editore Alinari di Firenze (1902), dall’inizio del secolo tutta la produzione sarà destinata alla committenza straniera: oltre agli editori parigini Lemerre, Laffitte, Hachette, Artheme Fayard, collaborerà ai periodici francesi "Figaro Illustré", "Je sais tout", "Lectures pour tous" e al tedesco "Illustrierte Zeitung".
Il pubblico francese apprezza largamente le sue attitudini di artista completo: come illustratore della mondanità parigina, scenografo (Cyrano de Bergerac) ed eccellente pittore di paesaggi e ritratti, cui si dedica con passione in tutti i momenti liberi dagli impegni di disegnatore.
E la predilezione per la pittura non è ingiustificata, visto che gli permette di realizzare una serie di opere di valore riconosciuto e di ottima fattura: per lo più ritratti e paesaggi di intonazione poetica e sognante. Lo documentano la partecipazione alle Biennali del 1901 e del 1907 e, ancora più significativa, la retrospettiva dedicatagli nella stessa sede nel 1922.
Giovane e al culmine della fama, Macchiati muore a Parigi il 12 dicembre 1916, colpito da una malattia fulminante, lasciando nei critici italiani il rammarico di non avergli riconosciuto in patria quella fama che il suo oggettivo valore gli aveva assicurato all’estero, come si evince dal necrologio su "Emporium" del gennaio 1917.
E’ ora di riscoprire un artista marchigiano complesso e attraente, in qualche modo negletto, sia per una vita artistica breve e che ha trovato il suo apice fuori dalle Marche, sia per la tendenza a non apprezzare a pieno il valore degli illustratori.
Sembra quindi doveroso pagare il debito contratto con un marchigiano di fama internazionale, proprio nel momento in cui il gusto si è ormai aperto anche a quegli aspetti dell’Arte tradizionalmente considerati ‘minori’, per poter finalmente riconoscere a Serafino Macchiati l’assoluta modernità e la consapevolezza di un fare artistico, in perfetta sintonia con lo spirito del proprio tempo.

http://www.identitasibillina.com/rivista_n1/pagine_rivista_ita/da_cam_a_parigi.html



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