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Serafino Macchiati


Uno dei rappresentanti più degni e brillanti della colonia artistica italiana in Francia a cavallo del XIX secolo è anche un grande artista marchigiano, valido illustratore di interessanti eventi letterari nel fervore editoriale di inizio secolo.

Si tratta di Serafino Macchiati, pittore e illustratore camerte ingiustamente dimenticato e trascurato dalla critica, il quale, dopo gli stentati esordi in patria, raccoglierà larghi consensi in Francia dove, grazie anche all’incoraggiamento di Vittore Grubicy e di Giacomo Balla (che ne esegue un ritratto nel 1900), sarà destinato a trovare l’ambiente ideale per dare al proprio linguaggio espressivo un’impronta originale, riuscendo a conquistare un ruolo di tutto rilievo nel quadro dell’arte sia grafica che pittorica europea.
Benché all’inizio della sua carriera alcuni critici lo definiscano "ferrarese", Serafino Macchiati nasce a Camerino il 17 gennaio del 1860, ma svolge tutta la prima, e meno fortunata, parte della propria attività artistica prima a Bologna e poi a Roma.
Autodidatta, sarà proprio a Bologna, dove frequenta la scuola libera del nudo sotto la guida di Luigi Busi, che il diciannovenne Macchiati esordirà alla locale Promotrice del 1879 con una piccola tela. Trasferitosi a Roma dove all’epoca trionfava la pittura di genere, insofferente agli ambienti accademici, per non piegarsi al cattivo gusto dominante, si "rassegna" all’illustrazione, con la quale otterrà un successo rapido e duraturo.
Quindi una felice incursione negli stimolanti ambienti dell’editoria milanese del primo Novecento: se le prime vignette eseguite per alcuni volumi della casa editrice Sonzogno e per Racconti di Natale di Cordelia (1886) e per Il canzoniere dei fanciulli di Enrico Fiorentino (1888) pubblicati entrambi da Treves, sono ancora prove d’esordio abbastanza stereotipe come ideazione e deboli come fattura, sarà la serie dei disegni che in due anni di collaborazione, fra il 1894 e il 1895, andrà pubblicando su "La Tribuna Illustrata", che gli fornirà l’occasione di cominciare ad affermare la propria personalità, rivelandolo come disinvolto illustratore della modernità.

A Parigi, dove si trasferisce nel 1898 su invito dell’editore Lemerre che lo incarica di illustrare "Crime d’amour" di Paul Bourget (primo di una ventina di volumi che illustrerà per Marcel Prevost, Armand Blanc, Edmond Rostand), Serafino Macchiati riesce a definire sempre meglio la propria cifra iconografica e a conquistare in breve tempo la più larga notorietà, lavorando incessantemente per migliorare il proprio stile.
Questi romanzi a soggetto contemporaneo e ad ambiente mondano trovano in lui un interprete fine e brillante: la personalità artistica di Macchiati si afferma soprattutto nell’eleganza del segno e nella raffinata quanto autorevole riduzione in squisite vignette in bianco e nero di scene di vita mondana e di leggiadre figurine caratterizzate da una consumata maestria nell’impaginato, nel vivo senso del movimento e in un gusto decorativo che non scade mai nel lezioso.
Le sue illustrazioni sono dei piccoli capolavori per lo spirito che anima la scena, per la penetrazione del carattere delle figure, per la naturalezza degli atteggiamenti e delle espressioni che, nella varietà dei tipi e nella loro sicura individuazione, palesano l’osservazione costante e analitica dal vero.
Se si eccettua la partecipazione all’illustrazione della Divina Commedia per l’editore Alinari di Firenze (1902), dall’inizio del secolo tutta la produzione sarà destinata alla committenza straniera: oltre agli editori parigini Lemerre, Laffitte, Hachette, Artheme Fayard, collaborerà ai periodici francesi "Figaro Illustré", "Je sais tout", "Lectures pour tous" e al tedesco "Illustrierte Zeitung".
Il pubblico francese apprezza largamente le sue attitudini di artista completo: come illustratore della mondanità parigina, scenografo (Cyrano de Bergerac) ed eccellente pittore di paesaggi e ritratti, cui si dedica con passione in tutti i momenti liberi dagli impegni di disegnatore.
E la predilezione per la pittura non è ingiustificata, visto che gli permette di realizzare una serie di opere di valore riconosciuto e di ottima fattura: per lo più ritratti e paesaggi di intonazione poetica e sognante. Lo documentano la partecipazione alle Biennali del 1901 e del 1907 e, ancora più significativa, la retrospettiva dedicatagli nella stessa sede nel 1922.
Giovane e al culmine della fama, Macchiati muore a Parigi il 12 dicembre 1916, colpito da una malattia fulminante, lasciando nei critici italiani il rammarico di non avergli riconosciuto in patria quella fama che il suo oggettivo valore gli aveva assicurato all’estero, come si evince dal necrologio su "Emporium" del gennaio 1917.
E’ ora di riscoprire un artista marchigiano complesso e attraente, in qualche modo negletto, sia per una vita artistica breve e che ha trovato il suo apice fuori dalle Marche, sia per la tendenza a non apprezzare a pieno il valore degli illustratori.
Sembra quindi doveroso pagare il debito contratto con un marchigiano di fama internazionale, proprio nel momento in cui il gusto si è ormai aperto anche a quegli aspetti dell’Arte tradizionalmente considerati ‘minori’, per poter finalmente riconoscere a Serafino Macchiati l’assoluta modernità e la consapevolezza di un fare artistico, in perfetta sintonia con lo spirito del proprio tempo.

http://www.identitasibillina.com/rivista_n1/pagine_rivista_ita/da_cam_a_parigi.html



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