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La contessa Bathory


Mi ha sempre un po' affascinato il mondo dark e dunque ho deciso di inserire nel mio blog una figura che lo impersonifica, ma che comunque, ha origini storiche.

Erzsébet Báthory, conosciuta anche come Elisabetta Bathory, soprannominata la Contessa Dracula o Contessa Sanguinaria (magiaroBáthory Erzsébet, /ˈbaːtori ˈɛrʒeːbɛt/; Nyírbátor, 7 agosto 1560 – Čachtice, 21 agosto 1614), fu una leggendaria serial killer ungherese, considerata la più famosa assassina seriale sia in Slovacchia che in Ungheria. Lei e quattro suoi collaboratori furono accusati di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne. Le vittime oscillerebbero tra le 100 accertate e le 300 di cui era fortemente sospettata all'epoca; secondo un diario trovato durante la perquisizione in casa sua, le vittime sarebbero 650, e ciò farebbe di lei la peggiore assassina seriale mai esistita; ma gli storici tengono per vera la stima delle 100/300 vittime e sono scettici circa la veridicità e/o esistenza di questo diario.

Erzsébet nacque nel 1560 a Nyírbátor, un villaggio nel nord-est dell'attuale Ungheria, ma venne allevata nella proprietà di famiglia di Ecsed in Transilvania (odierna Romania). La sua famiglia, i Báthory-Ecsed, faceva parte delle casate protestanti ungheresi. L'albero genealogico dei Báthory comprendeva vari eroi di guerra, un cardinale e un re di Polonia. Nella sua famiglia, a causa della consanguineità (anche il padre aveva sposato una sua cugina), non mancavano malattie del sistema nervoso: molti suoi membri mostravano segni di epilessia,schizofrenia e altri disturbi mentali.

Fin da bambina, ella dava segni di squilibrio passando repentinamente dalla quiete alla collera. All'età di circa sei anni fu testimone di un fatto che lasciò su di lei una traccia indelebile: un gruppo di zingari venne invitato nella sua casa per intrattenere la corte; uno di essi venne però condannato a morte per aver venduto i figli ai Turchi. Le sue grida lamentose giunsero fino al castello, attirando l'attenzione di Erzsébet, la quale, all'alba, fuggì dal castello per vedere la condanna: dei soldati tagliarono il ventre di un cavallo legato a terra, il condannato venne preso e infilato nel ventre, rimase fuori solo la testa, poi un soldato ricucì il ventre del cavallo con il condannato al suo interno. Nel 1571, all'età di 11 anni, si fidanzò con Ferenc Nádasdy, di sette anni più grande di lei, e andò a vivere nel castello di Nádasdy di Sárvár nell'Ungheria centrale, presso il confine austriaco.

All'età di 13 anni, incontrò un suo cugino, il principe di Transilvania, il quale, sotto i suoi occhi, fece tagliare naso e orecchie a 54 persone sospettate di aver fomentato una ribellione dei contadini. L'8 maggio 1575 sposò, quindicenne, il promesso Ferenc Nádasdy a Vranov nad Topľou (Varanno), presso Prešov, nell'attuale Slovacchia nord-orientale. Al matrimonio fu invitato persino il sovrano del Sacro Romano Impero Massimiliano II, il quale, tuttavia, causa la lontananza, non poté partecipare, ma inviò una delegazione con un costoso regalo di nozze.

Il marito, persona crudele e spietata, aveva studiato a Vienna, dove si era dimostrato un buon atleta (ma non un bravo studente); inoltre faceva all'epoca parte di un gruppo di spadaccini noto come il "Terribile Quintetto". Amava torturare i servi, senza però ucciderli: una delle sue torture preferite consisteva nel cospargere di miele una ragazza nuda e lasciarla legata vicino alle arnie di sua proprietà. Essendo Nádasdy quasi sempre lontano da casa per combattere i Turchi, la responsabilità del castello di Sárvár era affidata ad Erzsébet.

Erzsébet amava vestirsi da maschio e verso i 18-19 anni ebbe una figlia illegittima che venne affidata ad un contadino. Nella leggenda popolare si dice che questa bambina sia la progenitrice di alcune delle famiglie più antiche della zona, quali i Mansfeld, i Riddler e i Helbinger. Nei primi dieci anni di matrimonio non ebbe figli, ma nei nove anni seguenti partorì tre figlie e un figlio. Fu una madre molto protettiva.

Per passare il tempo quando il marito era lontano da casa, Erzsébet cominciò a far visite alla contessa Karla, sua zia, ed a partecipare alle orge da lei organizzate. Conobbe nello stesso periodo Dorothea Szentes, un'esperta di magia nera che incoraggiò le sue tendenze sadiche. Dorothea e il suo servo Thorko insegnarono a Erzsébet la stregoneria.

Ecco cosa scrive in una lettera al marito:

Ho appreso da Thorko una nuova deliziosa tecnica: prendi una gallina nera e la percuoti a morte con la verga bianca; ne conservi il sangue e ne spalmi un poco sul tuo nemico. Se non hai la possibilità di cospargerlo sul suo corpo, fai in modo di procurarti uno dei suoi capi di vestiario e impregnalo con il sangue.

Erzsébet riteneva un affronto intollerabile la fuga di una serva e la punizione era quasi sempre la morte. Una sera, una ragazza di 12 anni, Pola, riuscì a fuggire dal castello con indosso solo una lunga camicia bianca. Venne presa poco dopo e condotta dalla contessa, la quale la costrinse ad entrare in una gabbia cilindrica troppo stretta per sedersi e troppo bassa per stare in piedi. La gabbia venne quindi sollevata da terra tramite delle carrucole e spinta contro dei paletti appuntiti. Il nano al servizio di Erzsébet, Fizcko, manovrò le corde in modo che la gabbia oscillasse: in questo modo, il corpo venne fatto a pezzi. In un'altra occasione, in pieno inverno, fece condurre nel cortile, sotto la sua finestra, delle ragazze denudate. Ordinò quindi di versare acqua su di loro. Le ragazze morirono per assideramento.

Suo marito non era da meno: una volta ai due sposi venne il sospetto che una serva si fosse finta malata, le fecero così infilare tra le dita dei pezzi di carta impregnati d'olio a cui fu poi dato fuoco; dopo questo fatto ben pochi osarono dichiararsi ammalati. I segni della sua pazzia si palesavano sulle sue serve, punite sempre più duramente per i loro errori.

Si dice che un giorno, dopo averne schiaffeggiata una, alcune gocce di sangue colarono dal naso di questa sulla mano della contessa. La Báthory credette, in seguito, che in quel punto specifico della mano la sua pelle fosse ringiovanita. Chiese agli alchimisti delucidazioni. Costoro, pur di compiacerla, si inventarono la storia che raccontava di una giovane vergine il cui sangue aveva avuto effetti analoghi sull'epidermide raggrinzita di un aristocratico. La Báthory, finì con il convincersi che fare abluzioni nel sangue di vergini giovani (in particolare della sua stessa classe sociale), o di berlo, quel sangue, quando queste fossero state particolarmente avvenenti, le avrebbe garantito la giovinezza eterna.

Si stima che abbia cominciato ad uccidere nel periodo tra il 1585 ed il 1610. Il marito ed i parenti sapevano delle sue inclinazioni sadiche, ma non intervennero. Cominciò a torturare e ad uccidere barbaramente giovani contadine, ed in seguito, anche le figlie della piccola nobiltà. Infatti, nel 1609 Erzsébet istituì, nel suo castello, un'accademia che aveva come fine (ma solo formale) l'educazione di ragazze provenienti da famiglie agiate. Le sue vittime, venivano spogliate, incatenate a capo in giù, quindi, seviziate. Le loro gole venivano recise ed il sangue scorreva lungo i corpi, pronto per essere raccolto e usato da Erzsébet. Si narra che la Contessa abbia fatto costruire da un orologiaio svizzero un marchingegno chiamato "Vergine di Ferro" (simile alla futura Vergine di Norimberga), la quale aveva la forma di una donna dai lunghissimi capelli biondo argenteo (probabilmente appartenuta a qualche fanciulla uccisa da lei stessa) che arrivavano fino quasi ai piedi. Ogni qualvolta una ragazza le si avvicinava, la Vergine di Ferro alzava le braccia e stringendola con una morsa mortale la uccideva, trapassandola con dei coltellacci acuminati fuoriusciti dal petto.

Quando le denunce per le sparizioni delle signorine aristocratiche arrivarono alla Chiesa cattolica, l'imperatore Mattia II intervenne ordinando un'indagine sulla nobildonna. Gli inviati dell'imperatore entrarono di nascosto nel castello e colsero sul fatto la Báthory mentre torturava alcune ragazze; trovarono anche in molte stanze e nelle prigioni diversi cadaveri straziati e donne ancora vive con parti del corpo amputate. Fu incriminata e murata viva nella sua stanza con un foro per ricevere il cibo. Morì suicida quattro anni più tardi, lasciandosi morire di fame in cella. Altre quattro persone, tra cui la fedelissima badante Ilona Joo e l'amante Laszlo, un esponente della piccola nobiltà locale, suoi complici furono condannati e torturati con le seguenti sentenze: Fizkco, venne decapitato e gettato nel fuoco, Ilona Joo ebbe le dita amputate e bruciata viva assieme a Dorko. Non si sa invece che fine abbia fatto Katalyna Beniezky, la meno cattiva del gruppo della Contessa Bathory.

Non è mai stato chiarito il numero esatto delle sue vittime, ma dai suoi diari e i suoi appunti emergono 650 nomi accuratamente trascritti. Questo farebbe di lei la più efferata e prolifica serial killer della storia. Ma, come indicato sopra, gli storici hanno portato le vittime in una soglia compresa tra le almeno 100 e le circa 300. La sua storia sfuma nella leggenda ed è condita di tradizioni popolari. Erzsébet Báthory è infatti diventata un personaggio di culto dell'immaginario vampiresco, quanto il celebre principe Vlad III Dracula di cui fu anche parente.
La contessa divenne estremamente potente alla morte del marito Ferenc Nadasdy, avvenuta nel 1604. A seguito del decesso del marito divenne amministratrice dei beni del figlio di soli sei anni; acquistò ancora più potere quando nel 1607 il principe Gabor Bathory, nipote della contessa Erzsébet, venne eletto Principe di Transilvania. Tale elezione fu a scapito del potente conte Gyorgy Thurzo.

È stato lontanamente ipotizzato (ma ciò non può essere accertato) che la congiura ai danni della contessa fu organizzata dallo stesso Thurzo, divenuto Conte Palatino d'Ungheria nel1609, che il 5 marzo 1610 ordinò l'inchiesta iniziale contro Erzsébet, sulla base di alcune denunce anonime. Ma sembra che le denunce non siano arrivate da lui ma direttamente aMattia II. Ad approfittare dell'occasione fu il sovrano d'Ungheria Mattia II, il quale vide nel "processo Bathory" la possibilità di confiscare l'imponente patrimonio della famiglia della Contessa e ridimensionare l'influenza politica della sua famiglia. Fu il re a firmare il decreto di prigionia per la contessa, obbligandola alla fissa dimora in un luogo rinchiuso, per soddisfare le impellenti richieste delle famiglie nobili delle vittime uccise e dissanguate.

http://it.wikipedia.org/wiki/Erzs%C3%A9bet_B%C3%A1thory


In un dipinto


Il marito Ferenc Nádasdy

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Adriana Bisi Fabbri


Ferrara, 1881 – Travedona-Monate, 1918

E'stata una pittrice italiana.

Nata a Ferrara dove conosce il futuro marito e giornalista Giannetto Bisi, trascorre parte della giovinezza a Padova, ospite della madre di Umberto Boccioni. 

A Padova e a Milano, dove si trasferisce con la famiglia nel 1905, compie numerosi studi di pittura e arricchisce la propria formazione da autodidatta anche frequentando gli studi di Gaetano Previati e Luigi Conconi. 
Nel 1907 si trasferisce col marito a Bergamo e l’anno seguente esordisce con due disegni alla Seconda Esposizione Quadriennale di Torino. Nel 1911 partecipa a Frigidarium, mostra internazionale di umorismo organizzata al Castello di Rivoli, dove è premiata con la medaglia di bronzo; nello stesso anno è presente alla Prima esposizione libera, manifestazione organizzata a Milano da Boccioni e altri intellettuali futuristi. 

Negli anni seguenti partecipa ad altre mostre collettive come quelle organizzate a Ca’ Pesaro a Venezia o alla Famiglia Artistica e alla Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano. Nel 1914 aderisce al gruppo Nuove Tendenze e organizza una personale con 51 opere presso il negozio milanese della ditta Enrico Finzi. Ricercata anche come ritrattista, durante la Prima Guerra Mondiale molte sue caricature a sfondo politico sono pubblicate su "Il Popolo d’Italia"; collabora inoltre con "La Domenica Illustrata" ed esegue figurini per la casa di moda fondata da Domenico Ventura.


All'ippodromo


Ritratto della Principessa Pignatelli


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Il papà di Giovanna


Ieri sera ho visto un bellissimo film di Pupi Avati.

Ve ne riporto qui la trama e alcune immagini; consiglio di vederlo.

E'un film drammatico del 2008 diretto da Pupi Avati. Presentato in concorso alla 65ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia dove Silvio Orlando ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Il cast comprende Francesca Neri, Alba Rohrwacher ed Ezio Greggio, qui al suo primo ruolo drammatico.

Il film è stato distribuito nei cinema a partire dal 12 settembre 2008 e nel primo weekend di programmazione arriva alla soglia del milione di euro di incassi, debuttando al terzo posto del boxoffice, per un incasso totale attorno ai 2 milioni di euro.

Nella Bologna di fine anni '30, Michele Casali insegna disegno presso l'istituto dove studia la figlia Giovanna. Michele ha cresciuto la figlia diciassettenne assieme alla moglie Delia, dimostrandosi un padre amorevole e iperprotettivo. La sua iperprotettività non gli permette di accorgersi dei nascenti disturbi mentali della figlia, non riuscendo così a salvarla da un destino tragico, quando viene rinchiusa in un istituto psichiatrico dopo aver ucciso la sua migliore amica. I disturbi della figlia non sono imputabili al ruolo genitoriale di Casali, ma sono di natura congenita. La grandezza del padre (al quale è intitolato il film) consiste nel saper abbandonare ogni aspetto della sua vita materiale (inducendo addirittura la moglie ad avere una relazione col suo miglior amico) pur di restare indissolubilmente legato alla figlia, l'unica persona con la quale avesse un rapporto sincero e d'amore reciproco, indipendentemente dalla ricostruzione fittizia che quest'ultima ritrae della realtà che la circonda (crede di essere amata da un ex allievo del padre che in realtà la utilizzò solo per essere promosso).

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_pap%C3%A0_di_Giovanna





Sul set





E qui i minuti più belli di tutto il film. Guardatelo fino in fondo.

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"Romanzo interno" di Virgilio Lilli


Ho appena finito di leggere "Romanzo interno" di Virgilio Lilli (Ed. Rusconi, 1976).

Un bellissimo libro di cui consiglio la lettura; e riporto qui di seguito la quarta di copertina.

Virgilio Lilli alla sua morte ha lasciato questo romanzo inedito e incompiuto, in realtà compiutissimo. Avrebbe dovuto intitolarsi Autobiografia. Memorie di un figlio del secolo ventesimo. Si chiama invece Romanzo interno perché narra della vita solo la parte più nascosta e profonda. Il manoscritto si ferma sui trent'anni ma il senso dell'esistenza che se ne ricava è pieno. Giunto sui settant'anni Lilli sentì il bisogno di raccontare la sua esistenza, ma il suo istinto, portato prima all'analisi sottile e quindi alla sintesi più ampia, lo indusse a scartare gli avvenimenti comuni e a puntare invece su quelli del profondo, che uniscono tutti gli uomini e li rendono fatalmente compagni dello stesso viaggio. Ricavò un romanzo con forte tensione filosofica e saggistica, ma nello stesso tempo personalissimo; uno scavo, un tunnel attraverso la vita di ogni giorno, un lungo cammino alla luce di un'ideale lanterna di Diogene con cui cogliere l'Uomo. Gran viaggiatore e giornalista Lilli; e anche questo, in fondo, è viaggio e inchiesta, con proficua raccolta di materiali  e con forte suspanse. Se i personaggi incontrati tendono a dissolversi in un'idea, un personaggio alla fine emerge, alto e imponente, ed è la vita stessa con le sue leggi, che l'autore cerca di decifrare, e i suoi misteri, che rimangono solenni davanti a noi. Scrive Claudio Marabini nella prefazione: "Tutto si compone via via come una progressiva definizione di sé e della vita intesa come generale avventura, essenza comune. Noi sappiamo che questa definizione, a chi non possegga le chiavi di una fede religiosa, non si esaurisce mai. Può essere disperazione, ma all'uomo stoicamente consapevole dei suoi limiti e delle sue forse, può bastare, meta eternamente sfiorata e mai raggiunta, ogni volta balenante più in là." 

Riporto inoltre questo bel passo di scrittura in descrizione di una donna che aveva fatto innamorare il protagonista.

Questa figura di donna, sì, c'era, stava al balcone, era bionda, forse giovane; ma senza il transfert che inconsciamente io facevo in lei della mia urgente, irrinunciabile esigenza del sublime, non sarebbe stata che un fantasma steso al sole, al davanzale di una finestra, come un lenzuolo messo ad asciugare. Gli occhi di pervinca, la bocca di papavero, il collo di Modigliani ed altro, capaci di scatenare in me la "tempesta della felicità" al punto da farmi affermare che nessuna creatura vivente prima di me avesse potuto registrare una simile sensazione, erano una scadenza precisa, celeste, come la scoperta della morte, del sesso, della storia eccetera, di cui ho già parlato.

E riprendo un passo di grande attualità in questo periodo.

Continuai a fare il disoccupato, poiché rinunciai al posto che avevo raggiunto vincendo il concorso. Fu una rinuncia di cui quasi non mi resi conto, avendo già dato per scontato che non avrei mai fatto quel lavoro. La disoccupazione - annotai - ha origini di natura soggettiva, paradossalmente. Quando il lavoro manca, non è vero che l'uomo "si adatta a fare qualsiasi cosa", al contrario, egli continua a voler fare una certa cosa; cioè è ben vivo in lui lo spirito della scelta che poi è il fondamento della sua libertà, cioè, ancora della sua autentica qualifica di uomo. E' vero che mancandogli il lavoro al quale aspira, forzatamente a un certo momento farà qualunque cosa; ma la farà rimanendo interiormente disoccupato.
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Auberge de la Bonne Franquette


Situato tra il n° 2 di Rue de Saules e il n° 18 di Rue Saint Rustique, questo locale vanta la sua apertura da oltre quattro secoli. Inizialmente il suo nome fu "Aux Billards en Bois" e portava una curiosa insegna "Olivier et Pieds de Mouton" che altri non erano che i proprietari dello stabile.

Il locale si trova a pochi metri dalla più antica (e unica rimasta) vigna di Montmartre.

Quando ancora portava il vecchio nome fu frequentata da pittori come  Toulouse-Lautrec, Pissarro, Sisley, Cézanne, Renoir, Monet e lo scrittore Émile Zola.
Van Gogh si ispirò al giardino interno di questo locale per rappresentare sulla tela "La Guinguette" e in molte tele Utrillo immortalò questo angolo della vecchia Montmartre tra Rue Norvins e Rue de Saules.






Vincent Van Gogh - La Guinguette, 1886
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Limbo


Ho scoperto da un po' di tempo questo gioco per pc (anche per PS3 e xbox).

E' inquietante e nonostante la grafica possa apparire scarna e povera, il gioco è accattivante e coinvolgente. E' difficile e a volte cervellotico.

Vi riporto una delle tante recensioni che troverete nel web.

Un istante. Un respiro. Un battito. Passa molto poco dalla fine della nostra vita al risveglio dopo la morte. O almeno così sembrerebbe. Non sappiamo dove finiremo, ma sappiamo che la nostra sorellina non è più qui, è altrove, è dove i bambini non battezzati vanno dopo la morte: nel Limbo. E' qui infatti che finiamo, nel luogo di transizione tra il fiume Stige e le rive dell'Inferno, nell'innocente e ingenuo intento di salvarla da qualcosa più grande di noi. Si è suicidata solo poco tempo fa: dobbiamo trovarla e portarla via da questo luogo disperato.

Controllando su due dimensioni il nostro innominato protagonista fanciullo, stilizzato nella sola ombra di sé stesso, affronteremo strani mostri e situazioni tanto inquietanti quanto surreali. I comandi sono semplicissimi e niente vi si aggiunge durante l'intero corso del titolo: croce o analogico per muoversi, A per saltare e X per interagire. Tanto è bastato a Deadplay Games per rinfrescarci la memoria su quanto contino le buone idee nello sviluppo di un videogame. Se in un primo momento Limbo pare un'avventura senza tempo, da gustarsi in ogni dettaglio e dotata di una narrazione solo accennata ma di grande impatto, ben presto ci accorgiamo invece che la sua struttura muta, orientandosi verso un'impronta più affine al puzzle game, ma strutturata come un itinerario lineare, ben preciso, che non lascia troppo spazio a molte divagazioni. Mentre procederemo nelle desolate e monocromatiche lande dell'oltretomba, incapperemo in diversi elementi che, se usati nel giusto ordine e al giusto momento, ci permetteranno di andare avanti nello schema. Le ambientazioni, pur cercando di variare dalla foresta iniziale, muovendosi verso un ambiente più urbano e decadente, fondamentalmente rimangono molto simili tra loro per tutta la durata del gioco. Comunque le casse, i tronchi, le corde, i fossi da superare e le creature da sconfiggere diventano ascensori, piastre ad inversione di gravità, enormi ingranaggi e strani marchingegni che fanno ruotare lo schermo. Un tipico puzzle di Limbo vedrà tutti gli elementi di un livello, magari unici e dunque che non risaltano subito all'occhio, convergere insieme verso la soluzione, sempre basata nella sostanza sul tempismo e sull'ordine corretto d'interazione di ciascun oggetto. Molte situazioni richiederanno anche l'uso del buon vecchio "pensiero laterale", e dunque dovremo interagire con gli stessi elementi usati in precedenza ma sempre in maniera diversa, e quasi mai direttamente nell'ordine in cui appaiono o nel luogo o per lo scopo a cui sembrano adibiti. Una fisica di gioco ben implementata, anche se semplice, svolge un ruolo cruciale nell'interazione e molte situazioni richiederanno un buon uso dei diversi elementi in congiunzione con essa. Procedendo per i diversi livelli, non separati da niente se non da un salvataggio automatico, si perde purtroppo il senso mistico di esplorazione dell'ignoto della spaesante e morbosamente fascinosa prima parte del titolo, mentre viene invece lasciato molto più spazio a situazioni estreme in cui con pochissimi elementi dovremo risolvere enigmi a prima vista impossibili. Questo, sia ben chiaro, non è né un pregio né un difetto di Limbo, ma riflette semplicemente la volontà degli sviluppatori di concentrarsi sul gameplay e non sull'impatto emotivo che la semplice trama suscita nel cuore del giocatore. La nostra opinione è che avremmo desiderato un'introspezione maggiore del personaggio e del mondo che attraversa, data la brusca fine del gioco e la totale mancanza di un qualsiasi indizio che potrebbe far riflettere sulle implicazioni del delicato concetto alla base del viaggio di Limbo. Peccato che al giocatore, una volta terminati gli schemi, non rimanga nient'altro che un grosso punto interrogativo irrisolto.

http://www.everyeye.it/xbox360/articoli/limbo_recensione_11916

Giocateci.





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Karel Teige


Praga, 13 dicembre 1900 - Praga, 1 ottobre 1951

Era la figura principale del movimento ceco di Avanguardia Devětsil (Butterbur) nel 1920; fu un artista, grafico e fotografo. Teige ha anche lavorato come redattore e grafico della rivista mensile del movimento, chiamata ReD (Revue Devětsilu).
Teige ha introdotto l'arte moderna a Praga e la rivista Devětsil sponsorizzò mostre ed eventi e fece conoscere Le Corbusier, Man Ray, Paul Klee, Vladimir Majakovskij e Walter Gropius. Teige interpreta il loro lavoro per il pubblico ceco. Nel suo discorso di Praga del 1935, André Breton ha reso omaggio alla sua "perfetta comunione intellettuale" conTeige e Nezval:

Costantemente interpretato da Teige nel modo più vivace, fatto di sottoporsi a un potente spinta lirica da Nezval, il surrealismo possa più piatta cheche è sbocciata a Praga come è a Parigi.

Anche se non era architetto, Teige fu critico molto competente di architettura, un partecipante attivo nella CIAM e ebbe come amici Hannes Meyer, il secondo direttore del Bauhaus. Teige e Meyer si approcciarono scientificamente all'architettura funzionalista, fondata su principi marxisti. 
Nel 1929 ha notoriamente criticato il progetto di Le Corbusier "Mundaneum" (in programma per Ginevra, ma mai costruito) con la motivazione che il famoso architetto era partito dal funzionalismo razionale e stava diventando un semplice "stilista".
Teige professò sempre che l'unico scopo dell'architettura moderna era trovare una soluzione scientifica ai problemi di costruzione razionale.
Dopo aver accolto l'esercito sovietico come liberatore in molti dei suoi scritti e delle sue conferenze, Teige fu messo a tacere dal governo comunista nel 1948. 
Nel 1951 morì di un attacco di cuore, si dice a causa del grande dolore, risultato di una feroce campagna stampa sovietica contro di lui come un "trotzkista degenerato".
Le sue carte furono distrutte dalla polizia segreta e il suo lavoro, dopo essere stato per anni bandito, fu pubblicato dopo molti decenni.


Karel Teige (primo a sinistra) con alcuni appartenenti al gruppo Devetsil


Toyen, Jindrich Heisler e Karel Teige, Praga, 1940








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Maurice Drouard


1886-1915

Studiò scultura all'Ecole des Arts Dècoratifs e ai Beaux-Arts con Constantin Brancusi, nell'atelier di Antoin Merciè, lo scultore ufficiale della Terza Repubblica.

Drouard animava le serate di Rue du Delta, talvolta suonando il violino, aveva il proprio studio di scultore in Place du Tertre e si dedicò prevalentemente all'esecuzione dei ritratti e medaglioni decorativi; ci sono pervenuti un buon numero di suoi disegni raffiguranti le strade di Montmartre.

Come molti degli artisti a Parigi in quegli anni, con la Prima Guerra Mondiale fu costretto ad arruolarsi nell'esercito francese e un anno dopo l'inizio della guerra morì appena ventinovenne.

Una fotografia scattata nel febbraio del 1913 mostra il suo ritratto appeso al muro nel falantserio artistico della rue du Delta, dove fu probabilmente eseguito da Modigliani alcuni anni prima, intorno al 1909, Paul Alexandre, che aveva dato origine con suo fratello Jean al milieu di artisti della Rue du Delta, amava molto questa tela tanto da acquistarla, forse perchè l'immagine evoca una figura particolarmente vitale, grazie allo sguardo pungente e acuto che le caratterizza.

http://lottovolante.plnet.forumcommunity.net/?t=43814595





La targa al n° 11 di Place du Tertre riporta:

Maurice Drouard
          Sculpteur - Dessinateur
Né à Montmartre. Habita cette maison ou le quitta le 3 aout 1917 pour aller defendre avec le 236e Rég d'Infanterie. La Butte sa vigile église et ses moulins.
Il Fut tué à Tahure en pansant des Blessés. 1886-1915.
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Henri Gaudier-Brzeska


Saint-Jean-de-Braye, 4 ottobre 1891 – Neuville-Saint-Vaast, 5 giugno 1915

E' stato uno scultore e pittore francese, di stile vorticista.

Henri Gaudier è nato a Saint-Jean-de-Braye vicino a Orléans. Nel 1910 si trasferisce a Londra per diventare un artista, anche se non ne aveva ancora la formazione formale. Insieme a lui parte anche Sophie Brzeska, una scrittrice polacca che aveva oltre il doppio della sua età e che Henri aveva incontrato presso la Bibliothèque Sainte-Geneviève a Parigi e con la quale aveva iniziato un intenso rapporto simbiotico; Sophie, anche se non sposò mai Henri, utilizzò per tutta la vita il cognome del compagno.

Henri si dedicò da subito alla scultura, prendendo spunto dall'attività di falegname del padre.
Una volta in Inghilterra Gaudier-Brzeska entrò in contatto con il movimento Vorticista di Ezra Pound e Wyndham Lewis, diventando uno dei membri fondatori del gruppo a Londra. Dopo il suo arrivo e subendo l'influenza di Jacob Epstein nel 1912, Henri cominciò a credere che la scultura doveva lasciarsi alle spalle la tecnica del "rifinito" della classicità greca e porre l'attenzione su un intaglio più diretto in cui i segni lasciati dagli strumenti doveva essere ben visibili a lavoro ultimato. 

Abbandonando il suo fascino e la sua attenzione per Auguste Rodin, Henri iniziò a studiare le sculture extra-europee opere del British Museum e del Victorian and Albert Museum. Ben presto sviluppò un forte interesse per l'arte giapponese, e poi africana e delle isole del Pacifico. 

Nel 1913 collaborò per le illustrazioni del libro di Haldane Macfall "The Wayfaring Splendid" con Claud Lovat Fraser e Edward Gordon Craig. 

Lo stile del disegno di Gaudier-Brzeska è stato influenzato dalla calligrafia cinese e la poesia che scoprì grazie a Ezra Pound.
I suoi disegni mostrano anche l'influenza del cubismo.
All'inizio della prima guerra mondiale, Gaudier-Brzeska si arruolò con l'esercito francese. Sembra che abbia combattuto con poco riguardo per la sua sicurezza, ricevendo così una decorazione per il coraggio, prima di essere ucciso nelle trincee a Neuville-Saint-Vaast.

Dopo la sua morte Sophie rimase per anni sotto shock e morì nel 1925 in un manicomio. 





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"Arte del Novecento" a Palazzo Crepadona a Belluno


Come sempre con il mio instancabile e fedele (e aggiungo paziente) ragazzo sono andata a vedere la mostra "Arte del Novecento" a Palazzo Crepadona di Belluno. Riporto qui di seguito le informazioni utili per chi passasse (anche se so che il Bellunese non è una zona di transito) e volesse visitarlo (l'apertura della msotra è stata prorogata fino al 23 ottobre).

E' la qualità la caratteristica che accomuna le oltre 70 opere del Novecento italiano esposte a Belluno, a Palazzo Crepadona, dal 24 luglio al 2 ottobre, dalle collezioni della Fondazione Cariverona e della Fondazione Domus. Una qualità che rende la carrellata proposta di grandissima forza espositiva e d'assoluto valore culturale: uno spaccato di alcuni momenti salienti dell'evoluzione del pensiero estetico del XX secolo in Italia, che raggiunge, con personalità straordinarie come Balla, Boccioni, Casorati, Morandi, Vedova, Schifano, Birolli, Fontana, Cucchi e Manzù, una dimensione internazionale.

In questo contesto si colloca anche un omaggio a Belluno, voluto dal curatore dell'esposizione Sergio Marinelli, con due sale tematiche dedicate a temi fortemente legati alla cultura delle Alpi e alla dimensione montana: la neve, ove spicca un poetico e giovanile Beppe Ciardi, e i fiori soggetto insolito anche di un affascinante e inedito Afro Basaldella.

Infine - "a latere" del percorso espositivo ma altrettanto suggestivo - il richiamo alla grande tradizione passata dell'arte bellunese, con l'esposizione di un bellissimo Sebastiano Ricci, da poco entrato a far parte della collezione della Fondazione Cariverona ed esposto al pubblico per la prima volta.
Il satiro e il contadino, questo è il titolo dell'opera, sarà affiancato nell'occasione ad uno strepitoso Paesaggio con pellegrino e lavandaie - in cui Magnasco e Peruzzini raggiungono uno dei massimi risultati in termini di interazione tra figure e paesaggio - a una tela di tema storico da poco ricondotta al pennello di Gerolamo Brusaferro e alla pianta prospettica della città di Belluno, opera di Domenico Falce.

Gli spunti di riflessione lungo il percorso novecentesco sono molteplici, anche perché i lavori proposti rappresentano in molti casi il meglio della produzione dei relativi autori.
Si parte dunque con l'originalità e la forza di un Balla prefuturista (Alberi e siepe a Villa Borghese è stato rinvenuto solo in tempi recenti e risulta databile intorno al 1905) e con tre eccellenti Boccioni, anch'essi prefuturisti. Tra questi ricordiamo lo splendido e luciferino Ritratto di Achille Tian e un fondamentale Ritratto femminile che il pubblico potrà ora ammirare a Belluno: irreperibile dal 1964 è alle sue prime presentazioni dopo il suo ingresso nella Fondazione Domus nel 2005. Connotato da un forte sperimentalismo, il dipinto di Boccioni rappresenta uno dei tasselli fondamentali del percorso artistico dell'artista, segnando il suo passaggio dal divisionismo al nascente movimento futurista.
Pure futurista è la piccola ma importante opera di Soffici Nature morte (encrier) databile alla seconda metà del 1912, cui vengono affiancate negli spazi della Crepadona due bellissimi bozzetti
di Arturo Martini, opere di Trentini, di Savinio - Poema marino e Venerdì santo - e di Casorati, tra cui la giovanile tela "veronese" con la Famiglia Consolaro Girelli e l'importantissimo Uova sulla Scacchiera. Quest'ultima, esposta nel '52 alla XXVI Biennale di Venezia, segna una nuova evoluzione della pittura dell'artista con un'esasperata attenzione all'equilibrio di forme e colori. In collezione privata fin dal 1958 il dipinto di Casorati è uscito solo in seguito all'acquisto da parte dell'Istituto di credito veronese.
Un importante nucleo di grande pittura veneta del Novecento è rappresentato in mostra dalle opere suggestive del realismo magico di Carlo Sbisà con Ritratto in rosa e in nero - anche questa un recentissimo acquisto e una novità per il pubblico - e di Cagnaccio di San Pietro Allo specchio, del '27, che segue la strada del ritorno all'ordine perseguito dopo l'episodio futurista; ma anche con una serie di tele di Gino Rossi e con Mattino, uno dei quadri più belli di Fioravante Seibezzi.

Morandi è presente nel percorso espositivo con un raffinato paesaggio, Paesaggio grigio con strada, realizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, probabilmente nel 1942 quando l'artista viveva ritirato tra Bologna e l'appennino, cercando in una solitaria pittura interiore quella pace che nel mondo non vi era più. Di Campigli è proposto Donne al tavolino, del secondo dopoguerra, mentre Santomaso è ricordato a Belluno con Racconto, che ben esemplifica la posizione personalissima da lui assunta nel panorama artistico diffusamente informale della fine degli anni Cinquanta e inizio degli anni Sessanta.

Poi ci sono i grandi capolavori che arrivano al limite, appunto, dell'informale: specialmente Vedova, Afro, Birolli e Dorazio che sono rappresentati ai vertici delle loro produzioni (mentre gli importanti Tancredi dell'Istituto di Credito veronese sono in mostra a Feltre per la rassegna monografica sull'artista).
Varsavia 2, presente alla Biennale di Venezia del 1960, è certamente una delle più belle e importanti opere di Vedova, mentre Scheggia (1956 circa) ben esprime il momento della piena maturità espressiva di Afro, che arriva alla "liberazione del colore", e Fontana è testimoniato con un'opera appartenente alla serie cosiddetta delle "Carte" (tra il 1957 e il 1960), tappa fondamentale del superamento dell'esperienza informale che conduce ai "Tagli".
Quindi Dorazio, Schifano con un impressionante e grande Paesaggio anemico tra echi futuristi e dada, e ancora Chia e Cucchi chiudono questo tuffo nell'arte italiana del XX secolo - reso possibile dalla intelligente politica di fruizione pubblica seguita dalle Fondazioni Cariverona e Domus - che non dimentica neppure la scultura, con Arman e Ceroli, ma soprattutto con un sorprendente e spettacolare lavoro di Giacomo Manzù, esposto qui in prima assoluta: Tebe distesa nell'ovale, sorta di trasposizione del tema di "Leda e il cigno" dal mito alla psicanalisi.

http://www.comune.belluno.it




Cagnaccio di San Pietro, Donna allo specchio, 1927


La bellissima tela di Umberto Boccioni, Ritratto femminile, 1911


Ardengo Soffici, Nature morte (encrier)


Carlo Sbisà, Ritratto in rosa e in nero


Giacomo Manzù, Tebe distesa nel grande ovale, 1985
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