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Il Gruppo Labronico di Livorno


Il Gruppo Labronico è il nome di un gruppo formato da importanti pittori livornesi e attivo dal 1920.

Il gruppo nacque da una riunione tenuta a Livorno il 15 luglio 1920 e alla quale parteciparono molti artisti livornesi, tra i quali Adriano Baracchini Caputi, Beppe Guzzi, Giovanni March, Renato Natali, Giovanni Zannacchini, Corrado Michelozzi, Gino Romiti, Gastone Razzaguta, Ferruccio Rontini, Renuccio Renucci, Alberto Zampieri e altri. Scopo del gruppo fu quello di valorizzare l'arte livornese. Altri importanti membri del gruppo furono Ulvi Liegi, Plinio Nomellini, Cafiero Filippelli, Giovanni Lomi, Giulio Ghelarducci, Manlio Martinelli, Umberto Fioravanti e Carlo Domenici. Il gruppo già dai suoi primi anni organizzò mostre a livello internazionale e nazionale, come l'Esposizione Internazionale d'Arte di San Remo e la 90ª Esposizione degli Amatori e Cultori di Roma (1921). Gino Romiti, che fu presidente del Gruppo dal 1943 al 1967, dette al sodalizio artistico un'impronta tradizionalista, nel solco degli insegnamenti del grande maestro labronico Giovanni Fattori. Già nel 1951, però, con l'ingresso di Voltolino Fontani, artista sperimentatore vicino alle avanguardie italiane ed europee, si era affiancato alla tendenza più conservatrice un impulso innovatore che aprì la strada a molti pittori meno legati al post-macchiaiolismo. Il 1920 fu un anno che segnò per sempre, nel bene e nel male, il mondo artistico livornese.

La notizia della prematura morte di Mario Puccini (avvenuta in Firenze il 18 giugno 1920 dopo un breve ricovero a seguito di un’infezione polmonare trascurata) piombò come un macigno sul Caffè Bardi, noto ritrovo degli artisti livornesi fin dal 1908.

Tra i frequentatori del Caffè vi erano pittori come Benvenuto Benvenuti, Corrado Michelozzi, Renato Natali, Gino Romiti, Mario Cocchi, Oscar Ghiglia, Giovanni Bartolena, Giovanni March, Gastone Razzaguta (e molti altri), ma anche intellettuali dell’epoca, musicisti, scrittori e non possiamo certo dimenticare il fotografo Bruno Miniati. Il Caffè era, in poche parole, un luogo di incontro nel quale gli artisti e gli intellettuali dell’epoca si scambiavano, in totale libertà, idee, esperienze, aneddoti; un luogo in cui stava costituendo, anche grazie a fervidi scontri concettuali, una frangia di personaggi che avrebbero dato vita di li a poco ad un gruppo che a tutt’oggi rappresenta un punto di riferimento nel panorama artistico culturale della nostra città, ossia il Gruppo Labronico di cui si celebrano ormai i 90 anni.

La dipartita, a soli 51 anni, di Mario Puccini, per certi versi fragile e sfortunato, accadeva forse proprio nel momento in cui si intravedeva una svolta positiva nella sua carriera. Vicino agli insegnamenti di Fattori, che lo incoraggia e per il quale il giovane Mario nutrirà sempre una totale ammirazione; amico di Benvenuto Benvenuti, Oscar Ghiglia e Llewelyn Lloyd che lo sostengono nella sua ascesa artistica; espressione di un sentimento che si lega all’esperienza della “macchia”; affascinante colorista e per questo accostato all’Espressionismo tedesco; definito dalla critica il “Van Gogh livornese" ma prossimo anche al concetto di divisionismo toscano. Concordo, con chi mi ha preceduto, nel dire che Mario Puccini benché si avvicini alle suddette correnti sarà sempre un pittore a se stante; egli che ha saputo, con una tecnica del tutto personale, decantare la città di Livorno alla quale era profondamente legato e dalla quale malvolentieri si distaccherà.

All’indomani della sua scomparsa gli amici del Caffè Bardi non possono che ricordarlo, con grande rammarico, come icona della pittura dal vero, della pittura di paesaggio vedendolo ancora con tavola e tavolozza sul mare la mattina al sole alto, a mezzogiorno o la sera al tramonto; nessuno di loro potrà dimenticare la povertà in cui ha vissuto quest’artista dall’anima indifesa e di quanta poca gloria in vita abbia goduto. In parte furono questi i motivi ufficiali per cui alcuni amici-colleghi, frequentatori del caffè Bardi decisero di dar vita ad un movimento artistico che in un certo qual modo ricordasse per sempre la figura dell’amico Mario, che tendesse alla valorizzazione dell’arte livornese, ma soprattutto che rendesse giustizia agli artisti ingiustamente dimenticati. Così il 15 luglio del 1920 15 pittori (in ordine alfabetico: Baracchini-Caputi, Cavagnaro, Cipriani, Cognetti, Guzzi, March, Michelozzi, Natali, Razzaguta, Renucci, Romanelli, Romiti, Rontini, Zampieri, Zannacchini) e lo scultore (Tarrini) si riunirono presso lo studio di Gino Romiti, e dopo un’accesa discussione sul nome più appropriato da attribuire nacque il Gruppo Labronico che come primo impegno promise di adoperarsi in ogni modo affinché la salma del pittore Mario Puccini venisse inumata nel Famedio di Montenero (cosa che accadde, per motivi burocratici, solo nel settembre del 1987, grazie al continuo volere ed interessamento dei soci del gruppo) I fondatori del gruppo stabilirono, oltre agli scopi fondanti, di cui sopra, alcuni punti ai quali i soci avrebbero dovuto rigorosamente attenersi; propongono di organizzare almeno una mostra l’anno e decidono di organizzare la prima mostra del Gruppo in una sala del “Palace Hotel” che rimase aperta dal 12 agosto al 21 settembre 1920.

Dobbiamo comunque far luce su una realtà artistica, un fermento culturale che era presente già da tempo a Livorno; in altre parole era giunto il momento per gli artisti cosiddetti della “branca”, che frequentavano il caffè Bardi di consolidare e di ufficializzare in un certo senso l’esperienza vissuta fino a quel momento all’interno del Caffè in una sorta di associazionismo preesistente. In altre parole gli artisti sentivano il bisogno di essere riconosciuti come parte attiva, parte integrante della vita artistica cittadina, quindi è vero che colsero l’occasione per onorare la scomparsa di Mario Puccini nel fondare il gruppo, ma è vero anche che questa triste circostanza fu solo un motivo in più per un'unione di intenti, volontà e sentimenti che non poteva che sfociare in un’associazione artistica di un certo livello.

Detto questo sorge una domanda spontanea. Qualche mese prima un’altra clamorosa scomparsa avrebbe dovuto scuotere le anime e le coscienze degli artisti della branca che tanto dissero e fecero all’indomani della morte di Mario Puccini. A Parigi il 25 gennaio muore a soli 36 per una meningite tubercolare Amedeo Modigliani, dopo aver condotto un’esistenza discutibile e turbolenta segnata da una salute precaria fin dall’infanzia. La notizia della morte di Modigliani fu diffusa dalla Gazzetta Ufficiale il 27 gennaio con un comunicato stringato; nei giorni seguenti le reazioni degli amici del Caffè Bardi furono pressoché nulle, nessun tributo all’artista, niente. Che lo avessero dimenticato? E’ vero Amedeo non si faceva vedere in città ormai da tempo, ma come è possibile dimenticarsi di un personaggio come Dedo? O forse dovrei dire Modì? E’ già perché per tutti ormai Amedeo Modigliani partì da Livorno come Dedo e morì a Parigi come Modì. Non è mio interesse in questa sede disquisire sulle varie motivazioni che portarono la critica del tempo a fare questa distinzione tra il giovane Amedeo studente di buona famiglia, educato e l’eccentrico Modigliani che preferì cercare se stesso a Parigi, ma piuttosto capire, senza alcuna pretesa, cosa portò a questo profondo distacco sentimentale tra gli amici di sempre e l’artista Modì. Sicuramente non posso pensare che gli amici vedessero in Amedeo il genio della sregolatezza e che fossero convinti che la sua arte altro non era che il risultato di visioni distorte dal consumo di alcool e hashish.

E’ ormai insindacabile che l’abuso di droghe da parte di Modigliani è stata la conseguenza di un malessere interiore che lo rendeva insoddisfatto e insofferente ma che allo stesso tempo accentuava, talvolta esaltava ma certamente non creava certe visioni artistiche che erano già presenti in lui in quanto genio. Probabilmente l’unico motivo reale che rendeva Amedeo Modigliani unico e per questo incompreso è stato il fatto che fosse troppo avanti rispetto al suo tempo soprattutto nella sua Livorno, terra legata ancora alla pittura di paesaggio nella quale lui non si rispecchiava. Sia Modigliani che Puccini hanno una vita drammatica ed entrambi soffrono di problemi esistenziali, soffrono di solitudine e si sentono incompresi ma il popolo livornese alla loro scomparsa si sente legato maggiormente al secondo e se mai avessero dovuto prendere le parti di qualcuno avrebbero preferito sicuramente Puccini a Modigliani; Livorno non era ancora pronto ad una lettura avanguardista delle opere di Amedeo che pure non aveva mai negato il suo amore verso una città che lo aveva emarginato. Mario Puccini per tutti incarnava un sentimento figurativo ispirato a schemi di derivazione macchiaiola benché, come già ampiamente detto, mostrasse caratteristiche tecniche coloristiche di incredibile ricchezza e di straordinaria suggestione tali da sdoganarsi completamente da certe classificazioni di genere. Questo non vuol dire a mio avviso che Amedeo Modigliani fosse stato dimenticato, snobbato o deriso, come molti vogliono far pensare, probabilmente non fu proprio capito perché egli “era oltre”; non esistevano nella realtà locale gli strumenti di lettura di una forma d’arte, nata da influenze internazionali, e capace di abbattere e superare certe barriere fino ad allora ritenute fondanti di certe correnti artistiche.

http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Labronico



2 commenti:

Anne ha detto...

Le fait de former un "groupe" d'artistes m'a toujours étonnée. Je comprends que des artistes amis aient plaisir à se retrouver, qu'ils puissent éprouver, à un moment donné, la nécessité d'organiser ensemble une manifestation artistique, mais que cela devienne officiel et dure parfois plusieurs années me surprend beaucoup.
Anne

Edmea ha detto...

Bonjour Anne, oui, moi aussi je pense que le groupe d'artistes sont trés significatif pour l'histoire de l'art et pour leur vies en general, lesquelles seront surement, enrichées par les idées des copains d'art.

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